Note su Ippolito

Ippolito trascinato dai suoi cavalli, opera di Sir Lawrence Alma Tadema  (1860 circa)

Ippolito trascinato dai suoi cavalli, opera di Sir Lawrence Alma Tadema (1860 circa)

Guido Paduano, Università di Pisa

Nel prologo Afrodite chiarisce l’origine e l’ineluttabilità   degli eventi, che entrambe risiedono nell’affermazione oltranzistica delle sue prerogative, lontane da ogni giudizio etico. Ma questa situazione non fa dell’essere  umano – di Fedra nella fattispecie  – uno strumento meccanico del disegno divino: al contrario, la più intensa e commovente rappresentazione della volontà nasce dalla lotta, che pure sappiamo perduta in partenza, contro l’illecito  e per affermare i valori e i doveri tradizionali. Tra la ragione virtuosa e la passione indomabile si apre nella persona una scissione consapevole, che molto probabilmente esprime un’altrettanto consapevole posizione euripidea contro la dottrina socratica che sia sufficiente conoscere il bene per compierlo. Fedra è forse il primo personaggio nella nostra cultura che colloca il suo comportamento in un campo di tensioni fra il desiderio represso e la remora morale, e permette di definirlo  come una formazione di compromesso fra questi due poli.

Da questo compromesso discende l’esistenza  stessa della tragedia, che ha la sua parte vitale e decisiva nella rivelazione dell’amore colpevole di Fedra come causa della sua enigmatica malattia: la vittoria massima della repressione consiste infatti nel sottrarre l’illecito alla conoscibilità, prima e a fortiori che alla realizzabilità.  A questo mirava Fedra proponendosi il silenzio come rimedio contro l’amore, e attirando dunque su di sè un’ironia non solo teologica (in quanto nega il potere della divinità), ma anche metalinguistica.

La perdita d’innocenza che si consuma nel fare del segreto individuale un oggetto di discorso sociale ha carattere definitivo: non lo aveva in una tragedia precedente con lo stesso titolo, dove Fedra si batteva arditamente, anche se senza successo, per il soddisfacimento del desiderio amoroso: il messaggio moralistico della revisione si legge non solo nella riduzione della colpa di Fedra alla parola, e a una parola puramente comunicativa, non volitiva e ingiuntiva, ma nell’enorme fatica con cui la rivelazione si compie, superando uno dopo l’altro, in un percorso tortuoso, gli ostacoli che le sono frapposti.

In una prima fase l’amore per Ippolito è dicibile solo attraverso una sineddoche che permette di nominare non lui, ma il mondo che gli è caro; poi quando il suo nome è fatto dalla nutrice, il pathos di Fedra è coperto rovesciando la tipologia della relazione, facendo pensare cioè a un’ostilità verso il figliastro; infine quando oggetto del discorso è inequivocabilmente la relazione amorosa – giacché il potere della supplica obbliga Fedra alla verità  – ancora la verità intera non può esser detta e il nome amato e tremendo viene lasciato da completare alla nutrice.

E peraltro, questa lunga battaglia della virtù comunica un messaggio ambiguo: quanto maggiori sono le forze messe in campo per contrastare l’amore, tanto più dolorosamente riluce la forza dell’amore, vittoriosa su esse; la lentezza graduale e penosa del processo marca sì con le figure della reticenza la demonizzazione del vergognoso segreto, ma attraverso le stesse figure rende inarrestabile la curiosità ed il fascino.

Una volta uscito dal controllo di Fedra, tanto meno l’obiettivo del silenzio  può essere affidato ad altri; non è mantenuto dalla nutrice, che disobbedisce per amore della sua padrona, e Fedra non riesce a credere che lo manterrà Ippolito, contro il quale si premunisce trasformando l’occultamento della verità in mistificazione della verità, avallata dalla morte che la rende, agli occhi di Teseo, un “testimone inoppugnabile” (v.972).

La parte della tragedia successiva alla morte di Fedra illumina la fine pietosa dell’uomo che muore ucciso dalla sua stessa virtù, che Afrodite può considerare una colpa in quanto porta a trascurarla: ma qui (a differenza che nell’Eracle, per esempio) non si insiste sullo scandalo teologico, e si lascia interamente agli uomini la responsabilità dei loro valori: Ippolito li possiede in forma alta e indiscussa, che però il confronto con la dialettica interiore di Fedra fa apparire scialba.