Note su Aiace

Exekias, Anfora a figure nere. Particolare di Achille e Aiace che giocano a dadi (545-530 a.C)

Exekias, Anfora a figure nere. Particolare di Achille e Aiace che giocano a dadi (545-530 a.C)

Guido Paduano, Università di Pisa

La tragedia di Aiace si sviluppa in un clima essenzialmente e intensamente omerico. Alle sue origini stanno le armi di Achille, lucente icona della predilezione divina per la virtù eroica, le armi fabbricate in fretta da Efesto per sostituire quelle che, indossate da Patroclo, lo hanno portato alla morte. Queste portano invece alla morte l’eroe che, sentendosi degno di riceverle, non è stato ritenuto tale dai capi Greci. Accanto a questo elemento di continuità tematica, si produce un formidabile parallelismo. Nel primo libro dell’Iliade Achille, privato da Agamennone della sua schiava Briseide, oggetto di autentico affetto ma soprattutto, anch’essa icona della considerazione sociale, vuole uccidere il capo supremo, ma Atena glielo impedisce, promettendogli un grande risarcimento in futuro. Anche Aiace vuole reagire all’ingiustizia subita in modo cruento, assalendo i responsabili di essa (uno dei quali è ancora Agamennone) e Odisseo che ne è il beneficiario, e sempre Atena glielo impedisce attaverso la temporanea pazzia. Ma mentre l’Atena omerica agisce – viene esplicitamente sottolineato – nell’interesse di entrambe le parti in causa (Iliade 1.197, 210) e dunque per la ricomposizione del tessuto sociale cui appartengono, l’Atena sofoclea prende posizione contro Aiace, sanzionando come definitiva la sua emarginazione sociale. Per essa è determinante lo strumento scelto, che infligge all’eroe il marchio del ridicolo, secondo un’associazione antropologicamente certa che fa la sua comparsa perfino nel truce scenario dell’Eracle euripideo (v.950).  Questa associazione è rideterminata dalle tinte grottesche che assume il fallimento della vendetta, consentendo alle mancate vittime (ma anche alla generalità dell’esercito, come testimonia Teucro ai vv.722-7) di cumulare ostilità e discredito. Il ghelos, la risata universale, beffarda e malevola, che è infatti l’ossessione di Aiace e dei suoi cari, marca la lacerazione apertasi nell’identità ontologica di autostima e giudizio sociale che costituisce la cosiddetta “civiltà di vergogna”, cioè il regime vigente nell’epica. In essa il riconoscimento dell’identità non può allentarsi, né essere messo in dubbio: Achille offeso riscuote dai suoi un rispetto forse ancora maggiore, certo più sgomento, e la sua assenza domina il campo greco. Achille senza Briseide può pensare di tornare a Ftia, a trascorrervi un’esistenza inaspettatamente lunga e felice; ma nella tragedia invece Aiace senze le armi di Achille non può tornare a Salamina ad affrontare l’inadeguatezza del suo destino rispetto a quello del padre, vittorioso su Troia al seguito di Eracle: il giudizio sociale, non più trasparente, è ancora terribilmente vincolante.

E tuttavia la profondità della ferita sociale è ingigantita, se non creata, dalla soggettività frustrata di Aiace: ancor prima di conoscerlo sappiamo che Odisseo non ride di lui e anzi, cosa assai più importante, si rifiuta di ridere di lui (v.80); alla fine imporrà contro l’opinione vulgata, della quale i più volgari rappresentanti sono gli Atridi, il rispetto per l’immagine eroica del suo avversario – che lo faccia senza sconfessare il giudizio reso a suo favore, è cosa che innalza e non già immiserisce il riconoscimento. Certo gli onori funebri suonano tragicamente tardivi, e fanno pensare al silenzio altero cui cui l’Aiace dell’Odissea accoglie l’omaggio di Odisseo, pellegrino fra i morti, ma soprattutto marcano il tema centrale della tragedia, la solitudine dell’eroe.

Essa parte addirittura dall’antefatto, col tema dell’autosufficienza cui Aiace aspira in battaglia, attirandosi per questo la collera divina, ma anima soprattutto il messaggio simbolico veicolato dalla struttura drammaturgica. Si pensi che l’azione è scandita da quattro grandi monologhi; ma anche al ritardo con cui entra in scena Teucro, che lascia ad Aiace soltanto la consolazione di presenze subalterne (i marinai e la concubina). All’espressione dell’odio compatto di uomini e cose che Aiace avverte attorno a sé, e che mette in stallo i suoi propositi di azioni, giacché attaccare un nemico farebbe gli interessi di un altro nemico. Al pessimismo di Tecmessa, che dopo la morte di lui si vede esposta “alla violenza dei Greci” (v.498), i commilitoni di Aiace che per lei torneranno ad essere nemici.

Nella coerenza implacabile di questo quadro, l’autosufficienza implica che l’io sia sia il solo possibile soggetto e il solo possibile oggetto d’azione, implica cioè la sola libertà di distruggere se stesso.