di Davide Susanetti, Università di Padova
«Figlia mia, non agitarti così! Calma, coraggio: così ti sarà più facile sopportare il tuo male. Per gli uomini è inevitabile soffrire. […] Che vai dicendo? Non parlare così: c’è gente. Questi sono discorsi da pazza!» — così la sollecita e materna nutrice tenta di calmare l’oscuro delirio che agita la sua signora, la cretese Fedra, che smania pronunciando inconsulte e scandalose farneticazioni. Nell’Atene del V secolo la mania e la devianza psichica si costituiscono come spettacolo all’ombra di Dioniso, come rappresentazione mimetica che si sforza di addentrarsi nei lati più oscuri e inquietanti dell’anima. Delirio, allucinazione, pensieri ossessivi, accessi di furore incontrollato, alternanza di sovraeccitazione e di scoramento costituiscono elementi ricorrenti della produzione teatrale, episodi privilegiati della biografia eroica dei personaggi che i poeti portano in scena. Sul versante della drammaturgia tragica, l’attenzione si concentra sulle forme più eclatanti ed estreme di un’alterazione mentale che si risolve pressoché inevitabilmente in delitto, in strage cruenta, in gesto autodistruttivo. Sul versante comico — aristofaneo in particolare — domina invece la fissazione maniacale di protagonisti che, dando libero sfogo alla propria libido, tentano di evadere in un mondo di sogno e di assoluta fantasia, o si prefiggono assurdamente di trasformare la realtà attraverso una perfetta, ma improbabile corrispondenza con il contenuto dei propri desideri.
