di Annamaria Piccione
La letteratura destinata ai ragazzi è un fenomeno relativamente recente. A differenza dei giocattoli, di cui si riscontrano tracce già nella Preistoria, dall’antichità al Rinascimento non emergono testi specificamente rivolti ai piccoli: solo nel XVI secolo nasce una misurata produzione di libri per l’infanzia, con intenti pedagogico–didascalici e non ultimo religiosi. Le opere di Fedro o Esopo, il Roman de Renart, le favole di Agnolo Firenzuola, le leggende di Artù, le fiabe di Perrault e della contessa d’Aulnoy, i racconti di La Fontaine e le scabrose Mille e una notte – tutti testi spesso qualificati, a torto, “per ragazzi” – nascono infatti per gli adulti.
È l’Ottocento a segnare un punto di svolta nella storia di questo ramo della letteratura: da un lato, con la nascita di capolavori a firma di scrittori illustri, Andersen, Dickens, Stevenson, Wilde, Mark Twain e – da non dimenticare – Carlo Collodi ed Emilio Salgari; dall’altro, mediante la riduzione per i ragazzi di grandi opere nate per adulti: Robinson Crusoe e I viaggi di Gulliver sono gli esempi più celebri della narrativa, mentre nel teatro un posto speciale spetta ai fratelli inglesi Charles e Mary Lamb, che riscrissero i drammi di Shakespeare sottoforma di racconti.
Da cinque anni l’INDA promuove la pubblicazione di un libretto – destinato ai ragazzi delle elementari e dei primi anni delle medie – comprendente le tragedie portate in scena al Teatro Greco in versione ridotta. Nato in sordina come un esperimento da collaudare, dopo cinque edizioni l’evento è diventato un’occasione importante, fra docenti ed educatori, per avvicinare gli studenti più giovani a testi che – nelle traduzioni originali – risulterebbero ostici o perfino incomprensibili.
Va tuttavia sottolineato che l’adattamento per i bambini delle grandi opere non incontra consensi unanimi: alcuni studiosi bollano questa modifica come una sorta di deminutio o, peggio, come svilimento di un testo. A parere di altri, al contrario, la riscrittura dei testi per i più giovani è un mezzo imprescindibile per la diffusione della cultura. La semplificazione di un testo coincide più spesso con la chiarificazione, piuttosto che con l’involuzione, e molti grandi capolavori per ragazzi non sarebbero diventati tali senza essere riadattati. Un adolescente moderno non arriverebbe neppure alla metà degli originali di Moby Dick o Piccole Donne – lunghissimo il primo, zeppo di sermoni moralistici il secondo – ma si fermerebbe alle prime pagine.
La prima variazione tecnica, al fine di convertire un testo da “adulto” a “bambino”, è dunque la semplificazione del linguaggio, congiuntamente allo snellimento della trama: nella fattispecie, poiché si tratta di un testo teatrale, il discorso diretto diventerà indiretto, mentre il presente cederà il passo all’imperfetto e al passato remoto, tempi principi delle narrazioni per l’infanzia, assimilabili all’immancabile C’era una volta delle fiabe della tradizione. La trama sarà poi serrata, senza cedimenti o pause, il fiato rimarrà sospeso fino all’ultima parola e alcuni termini si rifaranno al gergo in voga tra i preadolescenti, mutuato da fumetti, cartoon e romanzi d’evasione. Le illustrazioni inviteranno al sorriso, una sorta di contrappeso alla drammaticità del testo.
Il bambino non dovrà in nessun modo annoiarsi, altrimenti chiuderà il libro senza rimpianti.
L’obiettivo primario di uno scrittore per ragazzi è infatti quello ludico, ossia divertire un ragazzo. Solo in un secondo tempo provvederà agli scopi didattici e pedagogici, per ampliarne il bagaglio culturale e aiutarlo a crescere in maniera armonica.
Una tragedia risponde ai fini ludico-didattico-pedagogici? Con le opportune variazioni lessicali e narrative sicuramente sì. Anzi, potrebbe rappresentare un testo chiave nella crescita di un bambino. Le tragedie sono infatti esaustive di ogni aspetto dell’esistenza, una sorta di catalogo minuzioso dei destini umani, dalla nascita alla morte. Tramandano da secoli il sapere universale, incluso il sapere infantile, assai più delle fiabe.
Per anni le tragedie sono state invece giudicate inadatte ai più piccoli a causa delle situazioni scabrose o paurose in esse descritte, sconsigliabili per la mente facilmente suggestionabile di un bambino.
Un’obiezione di questo tipo farebbe tuttavia escludere dalle storie dei bambini le figure fantastiche terrificanti da loro predilette: fantasmi, streghe, draghi e vampiri. Inoltre si scontrerebbe con una realtà che non relega i piccoli in un pianeta separato, ma che li sommerge ogni giorno di fatti inquietanti attraverso i telegiornali.
La pedagogia moderna ha da tempo assodato che i bambini sono stimolati dalle situazioni problematiche, purché queste siano risolte senza esitazioni nel finale del libro. In altre parole, un racconto destinato ai piccoli deve contenere un “lieto fine” che rassicuri il bambino, ristabilendo eventuali equilibri turbati che hanno risonanza nella sua psicologia. Gli eventi delicati, spinosi e paurosi, sono dunque allettanti – ed educativi – a patto che si chiudano bene, estinguendo i conflitti interiori dell’inconscio.
I timori più comuni della psiche infantile sono la paura della solitudine, di essere abbandonati, di diventare poveri, di ammalarsi, soffrire e, non trascurabile, la paura di morire. Angosce che ritroviamo tutte nelle opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide, ma che raramente si risolvono in maniera positiva nel finale. Il lieto fine non è un requisito tassativo delle tragedie e la sua assenza parrebbe dunque l’ostacolo maggiore al loro successo tra i bambini, che resterebbero non soltanto delusi, ma con alcune situazioni problematiche irrisolte.
Ma è davvero così? Uno scrittore per ragazzi – non improvvisato – non possiede alcun espediente per uscire da questo, apparentemente, vicolo cieco?
Va premesso che il concetto pedagogico di “lieto fine” non coincide con il tradizionale “vissero felici e contenti” delle fiabe. Per un bambino il finale lieto si identifica infatti con il “finale giusto”, ossia ragionevole, conforme alle buone norme comportamentali. Nei piccoli, molto più che negli adulti, radicato è il senso di giustizia che non scende a compromessi, per il quale una bugia è una bugia, un ladro è un ladro, un criminale è un criminale e, in quanto tale, va punito. I bambini non hanno remore a castigare il colpevole di una storia, anche in maniera cruenta: per anni ha furoreggiato il fiabesco moralistico-crudele, in cui le pene destinate ai cattivi – tutti con immancabili caratteristiche lombrosiane – avrebbero fatto inorridire un sadico!
In questo senso le tragedie greche appagano il senso di giustizia dei bambini e palesano insegnamenti da loro condivisi: “Sii onesto e gli dei ti aiuteranno”. “La violenza genera violenza”. “I figli rispettino i padri”. “La rabbia è fonte solo di guai”. Precetti universali, validi in ogni tempo e latitudine.
Se poi il finale della tragedia apparirà eccessivamente truculento, sarà utile attingere al mito relativo al protagonista, raccontando quanto gli accadrà in seguito. Qualche esempio? Medea non la farà franca, Eracle accederà all’Olimpo, Prometeo sarà liberato. Infine, nella malaugurata ipotesi in cui persino il mito si concluderà malamente, allora la creazione del buon finale spetterà allo scrittore. Che non ideerà ex abrupto un finale arbitrario, ma troverà una battuta, una spiritosaggine, un aneddoto che mitighi la sciagura. O farà affacciare una figura positiva, capace di sdrammatizzare il dramma: una fata, un fumetto, un gatto.
Mediante il linguaggio giusto, un bambino comprenderà qualsiasi argomento, anche il più spinoso. Condotto per mano, gli si potranno mostrare i lati oscuri della realtà, compresi quelli raccontati nelle tragedie. Ma con cautela, attraverso dei codici che lui conosce e riconosce. Ogni parola, gesto, racconto, lacrima, sorriso andranno ragionati e soppesati. Occorre muoversi con tatto nella sua vita interiore, rispettando i fragili e contrastanti equilibri affettivi. Con i piccoli non si improvvisa.
Un adulto – ancor di più uno scrittore per l’infanzia – non deve mai dimenticarlo.
