
L'Edipo a Colono messo in scena a Siracusa nel 1936
L’ Edipo a Colono è un testo per più aspetti difficile, impervio, sottoposto com’è all’inevitabile confronto con la tragedia sofoclea che tematicamente lo precede, l’ Edipo re . Ogni passaggio automatico, quasi si trattasse dei due pannelli di una medesima narrazione, è infatti da escludere, e non solo per una distanza compositiva di anni. A una lettura anche cursoria risulta impossibile l’appiattimento dell’ultimo capolavoro di Sofocle a prosieguo del suo fin troppo celebre antefatto, come se il tragediografo avesse voluto soddisfare le aspettative del pubblico nello stile di Alexandre Dumas o degli attuali film di cassetta. La visuale di Sofocle è altrimenti complessa, e va inquadrata in una riflessione di inquietante profondità sui problemi che l’ Edipo re aveva sollevato senza risolverli, e non soltanto l’ Edipo re . A parlarci nell’ Edipo a Colono è lo sviluppo complessivo della tragedia ateniese nel V sec. a. C., di cui l’opera di Sofocle rappresenta l’ultima testimonianza, il cippo funebre che segna la fine del suo ciclo creativo più memorabile. La sovrapposizione di dati e di date ha dell’impressionante. Sofocle muore alla fine del 406 a . C., pochi mesi dopo la morte di Euripide, e le fonti documentano la partecipazione del nostro autore al cordoglio per la morte del suo geniale collega, che aveva condotto la tragedia ateniese a un punto di non ritorno, sviluppando all’estremo quella logica sacrale e insieme desacralizzante che di questo genere segna la grandezza e il destino. Per quanto possano essere stati brillanti i tragediografi più giovani, è lecito affermare che non avrebbero più raggiunto le vette espressive e drammatiche dei tre grandi tragici del V secolo. E l’ultimo lavoro di Sofocle, lasciato probabilmente incompiuto e rappresentato postumo nel 401, reca le tracce vistose di un confronto serrato con gli ultimi raggiungimenti euripidei, in particolare con Le fenicie , da cui l’ Edipo a Colono riprende la splendida invenzione scenica del vecchio cieco guidato dalla figlia Antigone, e con le Baccanti (rappresentate anch’esse postume), che presentavano il paradosso più grande e insolubile, quello di un divino che, anziché offrirsi come rimedio, si dimostra la fonte della violenza.