di Luigi Castagna
Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Nella prima parte di questo discorso tratterò di alcuni personaggi di nutrici greche, prevalentemente tragiche; nella seconda di nutrici romane, in particolare di quelle che Seneca presentò in scena nelle proprie tragedie. Benché sia di teatro, dunque, che intendo occuparmi, la prima parte prenderà l’avvio da quel personaggio che è una sorta di archetipo di ogni nutrice presente nelle letterature antiche, l’Euriclea dell’Odissea. Vedremo in qual modo e con quali variazioni da lei discendano due, in particolare, delle nutrici della tragedia greca: la prima è la vecchia che dà consigli a Deianira nelle Trachinie di Sofocle, l’altra è la nutrice di Fedra nell’Ippolito euripideo: esse ci permetteranno un confronto con la caratterizzazione degli stessi personaggi in Seneca (la Phaedra) o nello pseudoseneca (l’Hercules Oetaeus). Ma anche qualche altra nutrice del corpus tragico senecano sarà presa brevemente in considerazione.
(…) Dirò poche parole sulla nutrice di Medea nell’omonima tragedia di Euripide, prima di passare a quella di Fedra nell’Ippolito. Il demone dell’odio è in Medea una Umkehrung della passione amorosa rovesciata, appunto, in pulsione di morte: la spada è posta in mano a Medea dallo stesso impulso che l’aveva portata a dare tutta se stessa al giovane straniero greco, e proprio quella stessa spada, mossa dalla stessa energia vitale con la quale aveva amato Giasone, trafiggerà il corpo non ancora cresciuto dei figli, perché gettino sangue sotto gli occhi del loro padre indegno, in una vendetta trasversale, che ha fatto di lei un personaggio archetipo della letteratura, che di uomini e donne europei tocca corde nascoste, sensi di colpa segreti. Medea e Fedra sono accostate nelle belle pagine che Max Pohlenz ha dedicato alle due eroine, nell’epocale volume sulla tragedia greca. Non troppo dissimile è infatti, nelle due donne, la polarità antitetica di amore e morte, un amore che, frustrato ed offeso, si trasforma in entrambi i casi in odio e causa la morte dell’amato: da un lato la rovina di Giasone, tramite la morte dei figli; dall’altro la morte di Ippolito, che Fedra e la nutrice hanno invischiato nella temibile trappola narrativa che si usa chiamare topos «della moglie di Potifarre». Per introdurre il personaggio della nutrice di Fedra nell’Ippolito euripideo, bisognerà riassumere in breve l’inizio della tragedia. Ippolito afferma, con un’arroganza che pur dovrà scontare, che nulla egli ha imparato attraverso lo strumento vile dell’istruzione: in lui c’è la cultura muscolare del sangue, di una physis priva di civile mitezza e comprensione umana. La sua manifestazione di insultante sanità ed efficienza fisica è messa in risalto, proprio per fare da contrasto, come luce abbagliante su umana ombra, alla comparsa di Fedra malata, addirittura prostrata ed annichilita, quasi una morta vivente, uccisa dall’immedicabile pathema erotico, che la rode e le brucia nel ventre, proprio a lei, che è innocente strumento di una vendetta trasversale, con cui Afrodite ha voluto colpire proprio la hybris cacciatrice di Ippolito. A questo punto, accanto ad Ippolito, compare in scena un primo personaggio umile, non la nutrice, ma un servo, che ad Ippolito, con umiltà, suggerisce di volgere un saluto anche ad Afrodite, come già ha salutato Artemide. Non posso qui soffermarmi sulle belle osservazioni ad locum di A. Lesky, alle quali rinvio direttamente. Forse, se Ippolito accettasse il consiglio del servo, la tragedia si chiuderebbe sul nascere. Ma non è questo che vuole il destino. Il coro delle donne preannuncia l’arrivo della nutrice. Fedra viene condotta in scena su una lettiga ed è la nutrice che fisicamente la sorregge, come in un gruppo della Pietà cui sia stato tragicamente amputato l’elemento maschile. Come si presenta questa nuova nutrice rispetto all’archetipo di Euriclea? Già la prostrazione fisica di Fedra mostra che si è in qualche modo rovesciata la situazione di Euriclea nei confronti di Odisseo. Qui la vecchia nutrice non è più il fedele ma fisicamente debole aiutante secondario, che si offre di accompagnare la riscossa dell’amato figliolo fino al bagno di sangue che lo riporterà nella reggia e nel talamo di legno d’olivo. I rapporti di forza si sono invertiti: la regina Fedra è un capovolgimento della sicurezza e sanità mascherata, e protetta da una dea, del mendico Odisseo: la donna è invece estenuata, fino ad aver bisogno di aria aperta e della luce del giorno, per poter sopravvivere. Un mostruoso, immedicabile desiderio si è impadronito di lei e le ha prosciugato la forza di vivere. Come la nutrice di Deianira, anche quella di Fedra compatisce, condivide il dolore ma non lo capisce: «Miserie dei mortali, odiosi morbi! / Che ti farò, che cosa non farò? /Ecco il sole e l’azzurro, ecco all’aperto / il tuo letto di pena. / Qua venire volesti, altra parola /non aveva il tuo labbro, ma ben presto /forse vorrai tornare alle tue stanze, / ché subito ti stanchi e nulla godi, / quello che hai ti spiace e assai più caro / quel che ti manca immagini. / Esser malati è meglio che curarne: / […]. / Ma la vita degli uomini / è un continuo soffrire / e non c’è mai riposo. / E se del viver nostro altro è più bello / folta nuvola d’ombra lo nasconde. / Ma un cieco amore tuttavia ci tiene / di questo, qual che sia, raggio che brilla / sopra la terra, poi che non provammo / altra vita giammai e di sotterra / sappiamo nulla e ci lasciam portare / inutilmente da favole vane / […]. / Coraggio, figlia, sù, non t’agitare! / Se resti calma, / se ti dài un po’ di forza, la tua pena / più facilmente la potrai portare». L’astenia di Fedra pare autorizzare la serva a mostrare una sorta di impazienza nei confronti di quelli che ritiene capricci (e sono invece mali insostenibili del vivere della padrona). Perché, per la nutrice, quella della regina, di tutto scontenta, non è che una banale malattia fisica. La nutrice si sente superiore alla propria padrona, perché ritiene di capire quello che Fedra non vuol capire: e cioè che è condizione comune ad ogni uomo quella di dover soffrire. La principessa cretese invece non si rassegna alla condizione umana. L’arte consolatoria della vecchia nutrice è, in Euripide, povera cosa, trita iterazione di sapienza più plebea che popolare. La nutrice, pur mostrandosi a tratti disposta a cambiare il proprio atteggiamento, a sforzarsi di comprendere Fedra, sembra non aver mai conosciuto o aver dimenticato che cosa si agiti nel corpo di chi ama, come Fedra, quella forza dolceamara, strisciante ed irresistibile. Si scandalizza, e questo impedisce a Fedra di confidarsi, e, proprio per questo, fors’anche di capire il mostro che ha in sé. La minaccia, che la nutrice intravvede, è solo quella dello scandalo: non le importa della gravità del dolore di Fedra, le importa solo di come tutto ciò sarà giudicato dagli altri: non l’interiorità della pena, ma i risvolti di possibile vergogna che macchieranno il buon nome di Fedra. Una ben misera verità è quella di cui la nutrice alla fine di questo intervento minaccia la morente: «Ma sappilo … se tu muori tradisci i figli. Non avranno nulla della casa del padre, sta’ sicura … ». Sarà Ippolito, il bastardo, a dominare sui figli di Fedra. A sentire il nome dell’amato che non può essere amato, Fedra lancia un grido e la nutrice capisce sempre meno e si stringe alle ginocchia della padrona, la supplica, le tiene stretta una mano e non la lascerà più, prima di aver capito. In lei comincia a farsi una sorta di luce buia; ha probabilmente compreso qualcosa di ciò che Fedra prova per Ippolito. La risposta non può essere data da Fedra sul piano umano, perché la verità dell’incesto è indicibile. La poveretta prova a rispondere ricordando la tabe delle donne della sua famiglia, la colpa delle madri che, ibsenianamente, ricade sulle figlie: il toro, Pasifae, Arianna, e l’isola di Creta con la sua cultura così tragicamente diversa. E poi Fedra parla, e spiega alla nutrice, e più a se stessa, il proprio male. E con quanta profondità ed intelligenza si leva ben alta sulle povere verità di buon senso della sua nutrice! Appena ha compreso quanto la padrona nascondeva nel profondo, la nutrice resta atterrita. Alla lucida e razionale decisione di morire espressa da Fedra, la nutrice risponde con il solo strumento di cui dispone, non la comprensione intellettuale, non un approfondimento del problema, ma solo un animalesco senso di protezione per la propria cucciola, per la salvezza, a qualunque costo, della sua vita, che pure non potrà essere vissuta senza sprofondare ancor più nel dramma. Banalità sulla potenza di Cipride che domina anche gli dèi, cenni al fatto che le donne conoscono rimedi misteriosi ignoti ai maschi, incantesimi, formule magiche, la povera potenza delle fragili donne spaventate.
Ma il personaggio delle nutrici non è monocorde, come quello delle loro protette. A questo punto della tragedia la vecchia nutrice ha una sorta di metànoia: non c’è scampo, se l’amore è così bruciante dentro le viscere di Fedra, se l’amata sua pupilla rischia di morire, non c’è che un rimedio, pensa ora la nutrice: Fedra deve avere quell’uomo, solo lui potrà darle quel refrigerio senza cui Fedra morirà. Ormai presa dalla propria idea di salvare Fedra, anche a costo della più scandalosa trasgressione contro i tabù della famiglia, la nutrice promette di aiutarla ad avere Ippolito. Lei conosce un filtro che lo attrarrà e lo farà innamorare. Fedra acconsente e probabilmente ha capito che nessun filtro magico la nutrice conosce, ma il rimedio sarà in realtà il suo tentativo di parlare ad Ippolito per convincerlo a dare finalmente la pace all’innamorata, come lui solo, in questo mondo, può. Come dicevamo, le nutrici tragiche euripidee hanno talora caratteri mutevoli e complessi. La nutrice di Fedra condivide con Euriclea, ed altre nutrici classiche, un amore senza limiti per la propria pupilla. La nutrice è mossa da un invincibile istinto di conservazione, che si è spostato dalla protezione della propria persona a quella della bambina di un tempo. C’è qualcosa di animalesco in questo istinto protettivo, che è al di là di ogni discernimento, di ogni valore morale, di ogni sentimento di giustizia obiettiva. La padrona ha sempre e comunque ragione, è al di là della legge di natura, della morale, della legge degli uomini e di dio. Ma la nutrice è qui anche uno spirito fragile, una mente confusa. E se si propone di prendere in mano la situazione, di intervenire attivamente e dare consigli pratici, la sua regina è troppo debole per resistere alle proposte. Per troppo amore finirà col rovinare per intero la famiglia: Fedra, Ippolito, Teseo. Sarà proprio l’astuzia della vecchia a far precipitare la situazione. Anche nel dramma europeo moderno accade talora che un umile aiutante, per troppa buona volontà di soccorrere i propri prediletti, ne causi la disperata morte, come toccò a Frate Lorenzo in Giulietta e Romeo.
L’articolo è stato publicato su
La tragedia romana: modelli, forme ideologia, fortuna
a cura di M. Blancato e G. Nuzzo
Convegno promossso dall’INDA Fondazone Onlus
Giornate siracusane sul teatro antico, Siracusa, 26 maggio 2006
