La Dea Bianca e il Cacciatore. Fedra tra Seneca e D’Annunzio

Pasifae e il Minotauro. Kylix a figure rosse, 330 a.C.

Pasifae e il Minotauro. Kylix a figure rosse, 330 a.C.

di Gianfranco Nuzzo
Università di Palermo

In principio fu Fedra, «la luminosa», uno dei tanti nomi dietro cui si cela quella che Robert Graves chiamò «la Dea Bianca», la stessa antichissima figura divina che si può intravedere dietro i nomi di sua madre Pasifae, «colei che a tutti appare», e di sua sorella Ariadne (Arianna), «la purissima», ma prima ancora in quello di Europa, «dall’ampio volto», che era stata rapita da Zeus in sembianza di toro e che dal dio aveva generato Minosse, padre delle due principesse cretesi: tutti nomi parlanti che rivelano la loro originaria valenza di epiteti cultuali riferibili al luminoso astro della notte, adorato come divinità femminile celeste, simmetrica alla Cacciatrice terrestre e alla Ecate ctonia. «Questi nomi ci parlano di un volto largo, purissimo, splendente, che rischiara da lontano, che rischiara tutti, come la luna»: così dice di loro Roberto Calasso, il quale cita subito dopo le suggestive e inquietanti parole di Gustave Moreau: «Pallide e vaste figure, tremende, solitarie, cupe e desolate, amanti fatali, misteriose condannate alle imprese titaniche».

Putroppo, le conoscenze che possediamo su quella che, con felice ossimoro cronologico, Salvatore Quasimodo ebbe a chiamare la «Grecia di prima della Grecia», pur se notevolmente accresciute nell’ultimo secolo, non ci consentono di stabilire con precisione come e quando simili figure furono ‘declassate’ dal rango di divinità a quello di eroine del mito, conservando solo labili tracce della loro originaria natura. Possiamo unicamente prendere atto che il processo di antropomorfizzazione caratteristico della cultura ellenica venne talvolta portato alle sue estreme conseguenze, non limitandosi solo a immaginare dèi fatti a immagine e somiglianza degli uomini, ma trasformando addirittura in esseri mortali alcuni di essi. In certi casi il culto eroico tributato a questi personaggi ne celebrò la passione e la morte con riti da cui ebbe forse origine la tragedia, fino a riportare nel novero dei celesti chi ne era stato prima allontanato: così avvenne ad Arianna, mutata in costellazione dopo l’unione con Dioniso, ma non così fu per la sorella Fedra, altra protagonista della saga cretese che aveva il suo fulcro nel bestiale accoppiamento di Pasifae col toro e nella nascita del Minotauro. In questo ciclo leggendario il senso del mitologema primordiale che vedeva la divinità femminile, la Potnia, unirsi al suo compagno, il Paredro, venne progressivamente perdendosi, per cedere il posto alla torbida vicenda della stirpe di Minosse, contaminata da un miasma – quello di Pasifae, appunto – destinato a perpetuarsi nella rovinosa lussuria delle sue due figlie. La prima, Arianna, aiuta Teseo, l’eroe straniero di cui si è perdutamente innamorata, a uccidere il suo mostruoso fratellastro e a uscire indenne dalle inestricabili tortuosità del Labirinto; ma poi ne viene ricambiata con l’abbandono in un’isola deserta e, secondo un’inquietante versione del mito, si impicca per la vergogna e la disperazione. La seconda, Fedra, si fa strumento inconsapevole della maledizione lanciata dalla sorella contro l’amante fedifrago: divenuta a sua volta sposa di Teseo, concepisce una passione inconfessabile per il figliastro Ippolito e, alla rivelazione del proprio segreto, si suicida come Arianna, ma trascina nella sua distruzione anche il giovane amato, inducendo lo stesso Teseo a provocarne la morte. Questo è il mito della Fedra ‘umana’, reso immortale da tanti poeti antichi e moderni che lo hanno rivisitato, arricchendolo ognuno di diverse sfumature e facendo della principessa cretese una delle figure-chiave del teatro europeo. Eppure i tratti dell’antica divinità, resi sbiaditi dal processo di laicizzazione cui prima si accennava, si intravedono talvolta nei drammi che hanno per protagonista la sventurata matrigna di Ippolito; e ciò benché la maggior parte degli autori che ne hanno ripreso la fosca vicenda non si mostrino quasi per nulla consapevoli del riaffiorare di questi relitti protostorici dagli abissi del tempo, preferendo rivolgere la loro attenzione soprattutto ai risvolti etici o patetici della fabula. Solo in tempi a noi molto vicini, con la nascita dell’antropologia e della psicanalisi, il dramma di Fedra è stato riproposto in base a chiavi di lettura diverse da quelle tradizionali.

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La tragedia romana: modelli, forme ideologia, fortuna
a cura di M. Blancato e G. Nuzzo

Convegno promossso dall’INDA Fondazone Onlus
Giornate siracusane sul teatro antico, Siracusa, 26 maggio 2006