di Paola Bisulca
Edoardo Sanguineti torna al teatro classico. Autore e critico letterario, protagonista della Neoavanguardia, già alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, infatti, intraprendeva l’esperienza di traduttore di opere della drammaturgia antica.
Nate sotto la sollecitazione di illustri committenti, le sue traduzioni incrociano la storia del teatro italiano del secondo Novecento. Nel 1968 traduce Le Baccanti di Euripide su proposta di Luigi Squarzina, andate in scena al Teatro Stabile di Genova. Segue la Fedra di Seneca per Luca Ronconi, in scena nel 1969 al Teatro Stabile di Roma. Su proposta di Giusto Monaco, per l’INDA di Siracusa, nel 1974 traduce Le Troiane di Euripide e nel 1978 Le Coefore di Eschilo, entrambe affidate alla regia di Giuseppe Di Martino. Per il Teatro della Tosse di Genova traduce nel 1979 La Festa delle donne di Aristofane, con la regia di Tonino Conte (pubblicata solo nel 2001 quando fu ripresa per l’INDA di Siracusa). Seguono l’Edipo tiranno di Sofocle nel 1980 per Benno Besson, andato in scena a Spoleto nella Chiesa di San Nicolò e la traduzione de I Sette contro Tebe di Eschilo nel 1992 ancora per Luigi Squarzina, messa in scena al Teatro Olimpico di Vicenza. Queste traduzioni hanno poi conosciuto successive riprese ad opera di nuovi registi. A parte sta la traduzione frammentaria dell’Antigone di Sofocle nel 1985, un adattamento per un’esecuzione concertistica delle musiche di scena di Mendelssohn, realizzato per la RAI. Al di fuori del teatro, sempre dalla letteratura antica, ha tradotto il Satyricon di Petronio e, parzialmente, Catullo e Lucrezio.
Sebbene destinate alla messinscena, queste traduzioni sono state accompagnate, nel corso degli anni, da una lucida riflessione teorica sul ruolo del traduttore e sul rapporto istituibile con la cultura classica.
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La traduzione di Sanguineti si configura come un calco radicale del testo antico, senza alcun tentativo di adattamento alle strutture della lingua d’arrivo. Il testo originale viene riprodotto fedelmente in tutti i suoi aspetti, lessicale, sintattico, ritmico, con un esito italiano ‘grecizzante’, dall’andamento innaturale e straniato. In realtà questa scelta, come hanno notato diversi interpreti, sembra cozzare con un’altra esigenza che guida la traduzione sanguinetiana: la dicibilità. Perfettamente consapevole della specificità di un testo destinato all’esecuzione, alla messinscena, e non alla lettura, dichiaratamente l’autore persegue un effetto di oralità nettamente diverso dalla scrittura (“il fine delle mie traduzioni non ha mai smesso di essere la messinscena, l’esecuzione”). In questo Sanguineti individua una dato di novità rispetto al carattere fortemente letterario del teatro italiano e delle traduzioni teatrali italiane, incluse quelle di Quasimodo e di Pasolini.
