Il Pensiero greco e la coscienza liberale dei Siracusani

La Scuola d'Atene di Raffaello (particolare raffigurante Platone)

Avv. Corrado Piccione

Il difficile incompiuto tentativo di ricostruire la personalità storica di Siracusa e di cogliere in termini di modernità tratti plurimillenari è precluso a parere comune da abissali discontinuità. Ma ad una riflessione approfondita può riscontrarsi un invisibile legame di continuità deducibile da pagine trascurate, forse dimenticate nelle quali è scritta tutta la nostra storia.
Quando Plutarco nelle sue “Vite parallele” ricorda il siracusano Dione qualificandolo discepolo di Platone, Dione che accolse Platone nella sua venuta a Siracusa sembrò – - è scritto – che una misteriosa divinità avesse gettato le fondamenta della libertà a Siracusa ispirando a Platone di venire in questa città. Dione fu di Platone il migliore dei discepoli e indusse Dionigi ad incontrarsi con il filosofo per conoscere le virtù civili. Platone interrogato dal tiranno sugli intendimenti che lo avevano condotto in Sicilia, rispose che era venuto a cercare le virtù in un uomo virtuoso. Era una implicita critica ai metodi del tiranno. Si è sempre meditato su questo passo. Uno studioso italiano, uno dei più grandi studiosi di Platone, Giovanni Reale ha saputo chiarire il senso di quell’aspro contrasto tra il filosofo ed il tiranno. Scrive Reale che quando Dionigi ascoltò le prime lezioni del filosofo ritenne di poter mettere per iscritto le cose grandi che aveva ascoltato. Ma secondo Platone non dovevano essere scritte perché egli affermava che le cose serie e grandi sono quelle che devono essere riposte nell’intimità del proprio spirito, affermando che se Dionigi aveva posto per iscritto quelle verità, non lo aveva fatto per ragioni nobili. Chiunque avverte che per la prima volta nella storia umana in questi luoghi è stata configurata e proclamata la interiorità dello spirito come custode della verità sulla quale è fondata la libertà umana.
Questa verità è accolta da Dione. Così la sua intelligenza è plasmata dal senso interiore della libertà. Dione diventa un lottatore per la libertà contro la tirannide fedele all’insegnamento platonico dal quale è guidato nell’instaurazione di un regime politico tipicamente platonico nel quale il popolo diventa arbitro del suo destino. Dione subì esilio e persecuzioni, finì tragicamente, ma il suo sogno di libertà rimase nei secoli il simbolo di Siracusa. Una linea storica, diremmo con linguaggio moderno,  Platone – Dione. Da questa linea per la prima volta è stato proclamato a Siracusa lo spirito di libertà, come pienezza della personalità umana e come liberazione dal disumano.
Ricordo in questa sala molti anni fa Ettore Pais un grande studioso dalla robusta vecchiezza il quale discutendo della tradizione siracusana dello spirito di libertà citava Imera, la storica vittoria di Siracusa che vincitrice impose ai vinti soltanto l’obbligo di sopprimere la consuetudine di sacrificare vite umane per i loro riti e quindi di istituire condizioni più civili di vita collettiva. Episodio memorabile nella storia dell’incivilimento umano.

Figurino di Duilio Cambrellotti per Antigone, 1924

Una ulteriore rivelazione di questa luminosa anima siracusana si riscontra in una singolare interpretazione della tragedia antigonea.
Antigone è universalmente il simbolo dell’amore fraterno, della pietas per i morti, del coraggio di violare leggi ingiuste in un esaltante rapporto tra amore e sacrificio. Eppure si domanda se non possa legittimarsi una diversa interpretazione. Premettendosi la insuperata difficoltà di indicare quali altre leggi non scritte esistano oltre quelle eroicamente testimoniate da Antigone si è presso di noi ritenuto che in Antigone non è il simbolo di oscure pulsioni di un effimero sentimentalismo, ma di una profonda volontà di rendere le leggi scritte sempre più conformi alle leggi non scritte e quindi di renderle più giuste.
Ed altresì si è individuato nell’infelice Creonte una disperata consapevolezza di essere costretto ad applicare leggi ingiuste con la segreta inappagata aspirazione a modificarle per renderle giuste. In fondo a questa interpretazione non è chi non veda il sottile legame con l’anima di Siracusa come perenne proiezione di liberazione dal male, dal dispotismo.
Ulteriori apporti a questa tradizione siracusana del culto della libertà.
Uno studioso di storia greca Domenico Musti nell’opera divenuta un classico “Democrazia, origine di una idea”, riconsiderando l’ideale greco di democrazia, afferma che democrazia non è un’istituzione, un ordinamento – ma democrazia è una mentalità, un modus vivendi che nasce e vive nell’interiorità della coscienza umana. La democrazia come interiorità –  chi non vede che fu questa l’essenza della esperienza platonica a Siracusa –  la democrazia come modus vivendi, come spiritualità, come pienezza della personalità umana.
Questo non comprese Dionigi. Lo comprese Dione che dobbiamo considerare il fondatore della coscienza politica, della tradizione di libertà di Siracusa.
Questa tradizione di libertà è rimasta viva negli anfratti della nostra storia.
Sono passati secoli, millenni, ma questa permanente tradizione è sempre permanentemente densa di fascino antico.
Qualcuno ha suggerito l’immagine di un fiume carsico.
I tempi sono cambiati, antiche costumanze dissolte e nuove prevalgono, cambiati i parametri valutativi. Ma quella linea di libertà che è sottesa alla nostra storia non si è mai infranta. E’ il senso tragico della nostra storia.

Salvatore Chindemi

Così nei tempi moderni, ricordiamo moderni testimoni.
Tommaso Gargallo uomo della storia che compromette privilegi ed onori e sceglie di lottare per la libertà difendendo contro la dominazione anglo-borbonica la costituzione liberale del 1812.
Salvatore Chindemi apostolo del liberalismo moderno che affronta esilio e persecuzioni nelle lotte per la libertà contro il dispotismo.
Mario Tommaso Gargallo fondatore geniale dell’INDA il quale nei periodi tristi della dittatura è costretto a lasciare la presidenza dell’Istituto professando apertamente i suoi ideali di libertà politica, subendo l’ostracismo dalla vita pubblica.
Sono i continuatori della nostra antica e perenne tradizione di libertà che è il saper contestare le leggi ingiuste, non per mera anomia ma come reazione all’opaca ortodossia di un astratto legalismo.
Così nella recentemente rievocata trasfigurante vicenda di Medea, pur densa di pulsioni suggestive, ha rivelato la sua estraneità al tentativo di una riducibilità all’ambito astratto delle comuni categorie normative.
Il capolavoro d’arte è infatti essenzialmente agiuridico e quindi insuscettibile di valutazioni giuridiche nelle quali si confonderebbe la terrestrità disumana di una vicenda con l’impossibile acquisizione di una trascendenza nella quale non si configura un discrimine tra il giusto e l’ingiusto e non si rende possibile l’esercizio del magistero del giudicare.
La logica del giudicare –  nel condannare, nell’assolvere – è una logica empirica in quanto tende a raccogliere la realtà effettuale nella concettualità categoriale che è estranea all’opera d’arte.
Conoscono gli assidui delle rappresentazioni siracusane il giudizio di Max Scheler secondo cui il tragico più che una esperienza scenica è una tensione di universalità metafisica e non bisogna confondere il tragico con i sentimenti di paura e di compassione che suscita in noi né con le spiegazioni che si tenta di dare.
“Innanzi all’evento tragico ammutolisce ogni possibile giudizio morale e giuridico”. Pertanto la sperimentata scenografia giudiziaria tentata fra noi pur seriamente condotta non riesce, non può riuscire a cogliere quel diapason nel quale si disperdono i concetti comuni di colpa, di responsabilità, di damnatio.
Nell’empireo di una intensa religiosità quale Biagio Pace seppe genialmente intuire come un valore eterno, sono superati i confini della vita e della morte in una perenne misteriosa modernità che è l’apoteosi dell’infinito che nella suggestiva conchiglia del Teatro Greco rimane il sacrario laico della siracusanità che si riassume nella eterna tradizione dì civiltà e di libertà che è l’essenza della nostra storia. Oggi e sempre.

*Testo della conferenza tenuta dall’Avv. Piccione il 15 dicembre 2010, all’interno del Ciclo di Lezioni speciali a Palazzo Greco incluse nella attività formativa della Accademia d’Arte del Dramma Antico