Giulio Emanuele Rizzo tra ricordi e documenti

Giulio Emanuele Rizzo

di Michele Rizzo

Da una conferenza tenuta al Circolo Unione di Siracusa il 14 aprile 1996

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Ricordo che tempo fa, proprio in questa sala, una signora, parlando di toponomastica siracusana, riferiva un episodio della sua vita di insegnamento. Chiese un giorno ai suoi alunni se sapessero chi fosse Domenico Scinà, e lo avrebbero dovuto, secondo lei, quanto meno perché esiste a Siracusa una strada a lui dedicata.
“Quale?” chiese un allievo. “Quella traversa che da piazza Archimede porta a via Cavour”, rispose la professoressa e per meglio farsi intendere: “sapete, quella stradina che inizia dall’ingresso della Banca d’Italia”. Dai banchi si alzò allora il grido trionfante dì un alunno: “ a strata da zippulara!”.
Non c’è da meravigliarsi, in tempi di generale disattenzione, in cui si va sempre più perdendo la memoria storica, se la notorietà “da zippulara” prevalesse su D. Scinà, grande letterato siciliano, morto di colera nel 1837, autore di opere fondamentali sulla cultura siciliana del Settecento, scopritore, con altri, della famosa “ arabica impostura dell’abate Vella”.
Se chiediamo ad un siracusano dov’ è il viale G.E.Rizzo, vi dirà di non saperlo. Ma se allo stesso chiediamo dov’è “la panoramica “, vi dirà, senza esitazione, che è quella strada che si snoda da via Necropoli Grotticelle ed abbracciando il Teatro greco sbocca nel viale Paolo Orsi.
Non per nulla un signore residente in quel viale, prudente quanto saggio, ha indicato nell’elenco telefonico, come recapito, Viale E. Rizzo e tra parentesi “Panoramica”.
So bene che questo preambolo non s’addice a questo uditorio, e chiedo scusa, ma ho ritenuto necessario farlo per scaricare la mia tensione, e tentare, anche se maldestramente, di alleggerire la seriosità dell’argomento, che vorrebbe essere una rivisitazione non scientifica del personaggio G. E. Rizzo, archeologo, tra ricordi e documenti.
Vi chiederete come mai il Direttivo del prestigioso Circolo Unione abbia affidato il compito di. parlare di un archeologo, che ha raggiunto fama non piccola, proprio a me che non sono né oratore (come vedete leggo), né uomo di cultura (nel cui campo mi sento soltanto un accattone), né tanto meno archeologo.
Su G. E. Rizzo si è scritto e detto tanto. Per alcuni avrebbe addirittura ispirato a Tomasi di Lampedusa l’estroso personaggio, il prof. Rosario La Ciura, del racconto Lighea.
E’ stato commemorato da eminenti personalità della cultura e da sommi archeologi (ricordo, tra i tanti, il presidente dell’Accademia di Francia, Samaran, dell’Accademia dei Lincei, Ettore Cabrici, della Società Magna Grecia, Enrico Gagliardi, e ancora Giuseppe Agnello, Guido Libertini ed ultimi, in ordine di tempo, in quel memorabile convegno di Melilli del novembre 1985, il compianto G. Vallet e Giuseppe Voza). Una motivazione c’è: dell’archeologo Rizzo sono pronipote. Di lui conservo ricordi personali e documenti che potrebbero arricchire la vostra conoscenza del personaggio.
Ci fu un motivo che indusse gli amministratori di Siracusa del tempo ad intitolare a G. E. Rizzo quella magnifica nuova strada panoramica che circonda il Teatro greco, dal cui belvedere si gode un paesaggio di incomparabile bellezza e di grandissimo valore storico, che Rizzo così descrive: “ Serena, quasi languida, è la linea del paesaggio; ed ogni luogo ha un nome, evoca un ricordo antico, un monumento o una gloria della città scomparsa. Ma correndo sul declivio che in curve di nude rocce cineree rapidamente si stendono alla pianura verde e pingue, l’occhio si ferma su Ortigia sacra, nocciolo e gemma dei discendenti di Archia, e sull’opposto Plemmirio, sede anch’esso di antichissime genti”.
Fu però una felice coincidenza che il viale che lo ricorda sboccasse nel viale Paolo Orsi, accostando così i nomi di due grandissimi archeologi, legati in vita da una profonda amicizia, raro dono tra uomini dotti.
Fu Rizzo, infatti, a studiare compiutamente, per primo, il glorioso Teatro greco.
Lacrimevole stato quello del teatro, in quel tempo!
Mortificato dopo l’occupazione romana del 212 a.C. aveva subito durante l’era imperiale modificazioni nell’orchestra, nella scena, nei sedili inferiori trasformati in seggi senatori, nelle vie di accesso, nel sistema idraulico, per adeguarsi alle nuove esigenze dell’arte e del costume romano che privilegiavano i ludi alle rappresentazioni tragiche.

Tetradrammo siracusano

Nel medioevo il Teatro resistette alla completa rovina ed all’oblio grazie al suo “scheletro intagliato nella viva roccia”.
La grandiosa scena venne smantellata nel 1527, ai tempi di Carlo V, per la costruzione dei nuovi baluardi S. Lucia e S. Filippo.
Offese maggiori subì il Teatro, sempre nel corso del XVI secolo, quando il marchese Pietro Gaetani ottenne la concessione di ripristinare gli antichi acquedotti che da Pantalica e dal monte Crimiti un tempo adduceva no l’acqua nella Pentapoli. Le acque del canale Galermi furono utilizzate anche per movimentare i molini che sorgevano nell’area del teatro, due dei quali furono costruiti nel1576 nella cavea, sopra i sedili che furono tagliati per consentire il movimento delle pale e la costruzione dei fabbricati con la pietra ricavata.
Come si presentasse il teatro agli occhi scandalizzati dei viaggiatori stranieri, è possibile immaginarlo dai disegni di Saint—Non, di Houel, ed altri. Ci mostrano molta parte del bacino della cavea, sepolta dalla terra che i secoli vi aveva addensato e nella quale crescevano rigogliosi alberi, con molini ed edifici rustici sparsi. Le acque, venendo per il “Ninfeo”, scendevano in cascatelle per le gradinate, scavando e cancellando le antiche iscrizioni.
I primi saggi di scavo nel teatro, del Landolina, Logoteta, Capodieci, Serradifalco e Cavallari, servirono ad indirizzare l’attenzione sul monumento, ma non a decifrarlo. Ed Orsi, benché fosse riuscito a svelare pagine importantissime della vita del monumento durante la campagna di scavi del 1908, riconosceva che esso era ancora inedito. “Conosciamo il nostro teatro ?“ si chiedeva nel numero unico “ Rappresentazioni Classiche al Teatro di Siracusa” dell’Aprile 1914.
Era l’anno in cui, per la prima volta dopo secoli di silenzio, la cavea del teatro, che due anni prima Orsi aveva liberato di uno dei due mulini, aveva risuonato della tragica voce dell’Agamennone di Eschilo.
Sull’onda dell’emozione, Orsi riuscì a fare bandire dall’Accademia dei Lincei, il 17 gennaio 1915, un concorso per una “monografia —sono le parole del bando— che illustri sotto ogni aspetto e completamente il Teatro di Siracusa”. Il concorso fu dotato di un premio di cinque mila lire offerto dal munifico patrizio siracusano Marchese Filippo Francesco Gargallo.
G E. Rizzo, allora professore di archeologia all’Università di Napoli, fu proclamato vincitore dalla Assemblea generale dei Lincei, nel 1916, con la monografia “Il Teatro Greco di Siracusa”.
“ Era necessario — scriveva P. Orsi nella relazione— premettere la storia del monumento; quella della sua vita trionfale e l’altra tristissima delle sue ruine nei ricordi dei viaggiatori ed attraverso le riproduzioni che se ne presero in epoche diverse… Solo chi, come me, [ prosegue il Relatore ] vive sul luogo può dire lo sgomento che invase il Rizzo dopo le prime visite al glorioso mutilato; della fede e costanza con cui affrontò spese e difficoltà di ogni maniera, con lunghi soggiorni e meditazioni sul luogo; dei rilievi meticolosamente fedeli, che annullano tutti i precedenti … deficienti ed errati “.
I rilievi furono eseguiti dal melillese Prof. Rosario Carta.
“ Rizzo — prosegue Orsi — sorretto da una eccellente preparazione letteraria, ha illustrato il monumento in tutte le sue vicende, in modo esauriente, in una monografia, nella quale arte, storia, letteratura e critica sono mirabilmente contemperate. Pregio non ultimo e non piccolo del volume è altresì quello della forma”.
La monografia, pubblicata nel 1922, dedicata a P. Orsi, è opera fondamentale, ancora validissima, per la conoscenza del teatro. Nella prefazione l’Autore avvertiva che il lavoro avrebbe acceso nuove feconde discussioni (ed in seguito vennero; cito Bulle, Pace, Anti, Bernabò Brea ), che avrebbero necessariamente coinvolto tutta la questione del teatro greco. “ Io — aggiungeva Rizzo — starò soltanto ad ascoltare, essendo con il mio pensiero volto ad altri campi di ricerche, dai quali non mi lascerò certo distogliere “. Considerava la sua fatica un tributo d’affetto filiale alla città gloriosa presso la quale era nato e dove, giovanetto, ebbe dalle solenni rovine e dall’eco stessa del passato i primi impulsi ano studio dell’antichità.
Rizzo conobbe Orsi, appena arrivato alla Regia Soprintendenza di Siracusa come coadiutore di Cavallari, a Megara Iblea, durante la seconda campagna di scavi, tra gennaio e maggio 1889.
L’agro meegarese era familiare al Rizzo, non soltanto perché melillese, ma perché lì la famiglia aveva possedimenti. Benché avesse 24 anni, anche se già addottorato in giurisprudenza e in lettere antiche, stupì 1’Orsi per le sue acute osservazioni e per le opinioni avanzate, soccorrendogli, come ebbe a dire, “un pochino la minuta conoscenza dei luoghi”, sicché poté contribuire alla migliore conoscenza delle necropoli sicule del territorio di Melilli. Lo testimonia Orsi: “ alcuni di codesti sepolcreti furono da me visitati e studiati. Di altri debbo l’indicazione all’egregio prof. G. E. Rizzo di Melilli, caldo ed intelligente amatore dell’antichità della sua terra,c he molto cooperò anche per la riuscita degli scavi di Bernardina”.
I due si capirono bene, si stimarono, intrecciarono una solida amicizia che durò tutta la vita, anche se — come ebbe a dire Enrico Gagliardi, erano “due personalità completamente differenti che trovavano però il loro punto di contatto nell’amore della scienza: uno, l’archeologia del piccone, l’altro l’archeologia del tavolino”. Giudizio codesto non condiviso dal compianto G. Vallet — ed invero, come vedremo, neanche dal Rizzo— che rifiutava questa netta divisione nel campo della archeologia. Ma la verità — ammesso che la verità possa essere trovata— è che Rizzo non volle rinchiudersi in una sola disciplina; la ricchezza del suo spirito, la solidità della sua cultura classica, la sensibilità del  suo animo di artista e d’esteta lo portarono a spaziare con grande ed universalmente riconosciuta autorevolezza in campi diversi di attività scientifica (filologia, storia dell’arte, architettura, ceramica, scultura, pittura, numismatica).
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Aprile 1914. Agamennone al Teatro Greco di Siracusa

Rizzo nacque il 28 maggio 1865 dall’avv. Gaetano, un liberale antiborbonico, a Melilli, che, a dire di Aldo Valori, è  “la parte più greca della Sicilia”.
Nel paese natio frequentò le classi elementari ed ebbe per precettore il colto zio D. Ferdinando Rizzo che gli mise nel sangue l’amore delle belle lettere. Azzardo l’ipotesi che l’amore per le antichità possa essergli derivato dal bisnonno, dottor Gaetano Rizzo, proconservatore di Melilli, nominato vicecustode delle Antichità di Melilli nel 1803 da Saverio  Landolina Nava.
Frequentò le classi ginnasiali e liceali allo Spedalieri di Catania. Per atto d’obbedienza al padre, avvocato, che ammoniva che poetae et cantores miserrime vivunt, s’iscrisse, appena sedicenne, a giurisprudenza, ma conseguita la laurea nell’ateneo di Catania, volle seguire la sua vocazione umanistica e si iscrisse all’Università di Palermo, ove ebbe maestri il grecista Umberto Fraccaroli e l’archeologo Salinas; si laureò in lettere antiche sostenendo una dotta tesi su “Imerio il Sofista”, pubblicata nel 1898 nella Rivista i filologia e d’Istruzione classica.
Insegnò nei licei di Trapani, Palermo, Messina, Girgenti, Catania. Il giovane insegnante di latino e greco – come testimonia Aldo Valori – s’impose subito alla scolaresca, la quale, con quella intuizione sicura che hanno i ragazzi, scoperse in lui qualità rare di cultura e di capacità didattiche. “ Sa molto, ma pretende molto” si diceva di G.E. Rizzo nelle aule liceali: ed era il più bell’elogio che scolari scapestratì potessero fargli”.
L’esperienza d’insegnamento gli fu certamente utile per affermarsi successivamente Maestro caposcuola negli atenei; non solo, ma ebbe così l’opportunità di visitare e studiare. la Sicilia, il che gli sarà utile in seguito per delineare la carta topografica della Sicilia Antica per la sua ultima opera sulle “ Monete Greche”.
Durante la permanenza a Palermo, visitando le rovine o meglio il sito dell’antica Imera, ritenuta patria di Stesicoro, scrisse “ Questioni Stesicoree”, opera anch’essa dedicata a P.Orsi e pubblicata nel 1895.
Ad Agrigento eseguì tutta una serie di studi critici sui vasi fittili agrigentini, attribuendo loro origine  rodia. A Randazzo ebbe occasione di studiare la raccolta antiquaria della famiglia Vagliasindi, ed a Catania la collezione Zappalà Asmundo.
Nel 1900, a trentacinque anni, lasciò la Sicilia e l’insegnamento nelle scuole medie, nominato ispettore incaricato del Museo di Napoli e quindi, nel 1901, Direttore incaricato del Museo Nazionale Romano; museo questo creato per ospitare i tesori archeologici che si scoprivano a Roma nella campagna di scavo e sistemazione del Foro Romano, iniziata nel 1887 da Giacomo Boni,il primo archeologo ad applicare il metodo dello scavo stratigrafico, alla quale Rizzo partecipò nel 1903 con la qualifica di Ispettore incaricato degli scavi dell’Ara Pacis, che era stata individuata sotto le fondamenta del palazzo Fiano, e che non fu possibile allora restituire alla luce, a causa di sopravvenute difficoltà tecniche dell’impresa.
Il suo lavoro dovette essere apprezzato, talché fu nominato, nel 1905, Direttore del Museo Nazionale Romano e delle Terme Diocleziane. Aveva quaranta anni.
Durante tale incarico, tra altri lavori, pubblicò, riscuotendo vasta eco nel mondo scientifico, la copia del Discobolo di Mirone, trovata mutua nel 1907 dalla Regina Elena a Castel Porziano e dal Rizzo restaurata in gesso delle parti mancanti tratte da altre copie.
Sarà stato l’amico Paolo Orsi ad indurlo a lasciare l’insegnamento e ad indirizzarlo nella nuova attività ? Può darsi. La risposta potremmo trovarla nelle lettere che Rizzo scrisse a Orsi. Ne ha rinvenuto oltre 130 il Sovrintendente G.Voza, nel 1985, negli archivi della soprintendenza, tra le carte private di Orsi. Confidiamo nella loro pubblicazione.
La semplice raccolta delle sue lettere — affermava G. Agnello nei discorso commemorativo tenuto nella sede dell’Inda nel giugno 1966 – potrebbe rivelarci, non solo dal punto di vista letterario, ma anche umano, un aspetto, in molta parte ignorato, della sua personalità, dell’uomo che fu implacabile fustigatore del torbido e ipocrita mondo accademico in mezzo a cui fu costretto a vivere e al quale rimase sempre spiritualmente estraneo “.
A dimostrazione dell’acutezza dell’affermazione di G. Agnello, mi piace riportare la lettera che Rizzo scrisse, il 23 agosto 1905, al Prof. Felice Barnabei, l’archeologo che con Giuseppe Firelli aveva organizzato in Italia il servizio delle Antichità e delle Belle Arti, divenendone direttore generale, ed aveva creato il Museo Nazionale Romano ed il Museo delle Terme, affidati alla direzione del Rizzo. Questa lettera, che svela un aspetto della personalità del Rizzo è stata trovata dal Prof. Franco Mosino nella Biblioteca Angelica di Roma.
Rizzo aveva dato la sua adesione ad una Società scientifica, evidentemente non ben vista dal suo Direttore Generale. Certamente non era il tipo di blandire chicchessia, anche se suo diretto superiore. “ Dalla sua poca lieta accoglienza di ieri —gli scrive— io mi dolgo ancora. Col dare la mia adesione ( questo soltanto e nient’altro! ) ad una Società che suppongo istituita per fini scientifici, non credo di fare offesa a Lei, né ad altri. Le ripeto che io sono libero di ogni vincolo, meno che onesto e cortese, con qualsiasi persona. Devo tutto, nella vita e nella Scienza, al mio lavoro, al mio amore grande per gli studi, ai libri degli uomini dotti. Maestri, e tanto meno tutori, io non ne ebbi nell’archeologia: sfortuna o fortuna che sia stata, questo è un fatto di cui qualche pedante mi ha mosso rimprovero; di cui io invece non mi dolgo, e me ne compiaccio, anzi con me stesso, come di una piccola gloria. Da ciò, appunto, la mia completa, intera sicura indipendenza da ogni e qualsiasi scuola”.
Stupenda lettera di uomo libero ed inflessibile, come seppe dimostrare d’essere anche dopo, durante il ventennio fascista, quando il suo amore di libertà e la finezza del suo spirito — come ebbe a dire Concetto Marchesi — lo portarono ad isolarsi, non condividendo l’ideologia liberticida fascista e l’esteriorità dei riti.
A toglierlo, come affermava, “dalle indecorose angustie della carriera”, che intralciavano il suo fervido lavoro di ricerca e di studi (moltissime sono le pubblicazioni di questo periodo) provvide egli stesso vincendo, nel novembre 1907, il concorso per la cattedra di archeologia dell’università di Torino.
La sua fama volava alto e forse più all’Estero che in Italia. L’anno prima, nel 1906, il Prof. Federico von Duhn, dotto archeologo dell’Università di Heidelberg, l’aveva indicato al Ministro della P.I. On. Boselli per seguire con P. Orsi (che non poté partecipare perché ammalato) la missione archeologica badese nell’ Oriente greco. Missione che entusiasmò Rizzo: “questo viaggio servirà di splendida conferma a’ miei studi, e dal quale ricaverò non pochi vantaggi”.
Nella prolusione al corso di archeologia delineò il metodo che avrebbe seguito nell’insegnamento della “sua Archeologia”.
Il metodo è, per Rizzo, l’anima di ogni trattazione scientifica, particolarmente necessario per l’archeologia che non aveva ancora precisi limiti nemmeno nella legislazione scolastica universitaria. Ricordava che l’archeologia, da non confondere con le divagazioni erudite degli antiquari lontani da ogni concezione storica dell’arte antica, era materia recente.
Un primo nobile tentativo l’aveva fatto Winckelmann, nel 1763, quando aveva pubblicato la sua Storia dell’Arte nell’antichità, dove le opere d’arte sono concepite come manifestazione dello sviluppo organico dello stile dall’una all’altra età; dove è riconosciuto che l’arte romana è la necessaria continuazione dell’arte greca; dove le opere della plastica raccolte nei musei sono in maggioranza copie di originali greci andati perduti; che la spiegazione della quasi totalità dei monumenti figurati deve cercarsi nella tradizione poetica della Grecia.
Si fece così strada nelle università italiane l’insegnamento della Scienza dell’antichità classica, che ha per materia esclusiva di ricerche tutti i monumenti d’arte e dell’ industria, e ne studia la evoluzione storica delle forme, la destinazione, l’uso ed il significato; ne indaga le relazioni con la civiltà, con gli avvenimenti politici e commerciali. L’ archeologo, per Rizzo, deve avere quindi la conoscenza del pensiero antico tramandato nelle opere della letteratura. Deve essere esperto di Filologia classica, ma anche di Storia antica, di Topografia monumentale e storica, di Epigrafia. Non solo. Poiché la moderna ricerca archeologica aveva svelato alla storia oltre un millennio di vita greca antichissima e stimolato lo studio del problema delle origini italiche, la Paletnologia e l’Antropologia diventavano materie integranti d’insegnamento. Era stata la grandiosa avventura archeologica di Schliemann ad aprire questi nuovi orizzonti e gli scavi che Orsi andava compiendo in Magna Grecia relativamente alla storia antichissima d’Italia. La preistoria diventava ora campo di ricerca per la conoscenza delle nostre radici, campo in cui si dimostreranno maestri Bernabò Brea e Giuseppe Voza.
Epperò, se una parte della trattazione archeologica s’intreccia con tutte codeste materie, l’Archeologia, per Rizzo, esercita giurisdizione assoluta con leggi e metodo suoi, nel campo dell’arte, della Storia dell’arte. Il monumento ha un suo linguaggio speciale e non rivela i suoi segreti se non dopo una analisi lunga, paziente ed amorosa. Il profano non potrà mai cogliere l’intima impronta di esso senza l’aiuto di un esegeta, educato con la diuturna contemplazione e comparazione dei monumenti ad apprezzare lo stile, la bellezza, l’evoluzione delle forme, degli ideali che hanno ispirato l’artista, degli strumenti disponibili, della materia adoperata, senza fermarsi al minuzioso esame stilistico per l’attribuzione dell’opera al cercato o supposto autore (metodo attribuzionismo).
Rizzo non privilegiava nessuno dei due campi operosi della feconda attività degli archeologi: gli Scavi ed i Musei. “ E dico — affermava — che mal si arriva sulla Cattedra, senza aver prima temprato l’ingegno, senza essersi prima scaldati e coperti di polvere in questi due fervidi agoni”.
Anticipava quanto l’archeologo G. Voza ha realizzato a Siracusa nel museo Archeologico “Paolo Orsi”. Per Rizzo, infatti, i’musei non dovevano essere luoghi di custodia di monumenti o “prigioni dell’arte”,  ma palestre di studi, ove è possibile fare nuove scoperte quando si sappia seguire il giusto metodo.
Ed infine, ammoniva che se la cattedra non voleva essere sterile campo di vuota declamazione, per la formazione seria d’una generazione di nuovi archeologi, doveva avere proprie collezioni, il suo laboratorio, i suoi apparecchi per le lezioni sperimentali.
Egli, che aveva accettato la cattedra subordinata— mente allo accoglimento del suo programma, riuscì a dotare la Facoltà di lettere dell’Università di Torino di una Scuola d’Archeologia con laboratorio, biblioteca e Museo dei Gessi, della quale fu primo direttore.
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Tetradrammo siracusano

La residenza a Torino non gli fu mai gradita. Era lontana dai grandi centri archeologici di cultura greca. Non amava quella città fredda, anche se abbellita da un architetto siciliano, Francesco Juvara, che Vittorio Amedeo di Savoia, dopo il suo breve e deludente regno di Sicilia, nel 1714, si era portato dietro a Torino, insieme ad altri dotti personaggi siciliani. Forse, inconsciamente agiva nel cuore del siciliano risorgimentale Rizzo la delusione della pesante presenza “allobroga” nella Sicilia post unitaria, dopo gli entusiasmi – delusi entusiasmi – paterni.
A Torino, con l’intento di affrancare la cultura italiana dal dominio francese e tedesco, ideò ed affrontò una impresa colossale: la Storia dell’Arte Greca. “ E’ ben tempo — scriveva nella prefazione— che l’Italia abbia i libri suoi,né di ciò bisogna o convien dire le ragioni”.
B. Croce nella Storia della Storiografia Italiana  del Secolo Decimonono così scrive: “ Tra le grandi trattazioni complessive di storia dell’arte, come quella dell’arte italiana di Adolfo Venturi e del Toesca, quella del Ducati sull’arte classica, la Storia dell’arte greca del Rizzo è forse l’opera di più sicuro e netto disegno”, in cui la storia dell’arte è ben distinta dalle altre indagini sui monumenti artistici; in cui si evidenziano le difficoltà della intelligenza dell’arte antica, ma si rifiuta dì considerarla come imitazione della realtà e della natura e lo si dà rilievo al sentimento, alle idee, alle passioni che la configurano; in cui si tiene conto dello stile collettivo, di quello individuale e del rapporto fra i due. Così Croce.
L’Enciclopedia Italiana alla voce G.E.Rizzo: “ Il disegno di dare per la prima volta all’Italia una storia critica dell’arte greca e della romana rimase interrotto [ per dissensi sorti con l’editore], ma il volume pubblicato è la più completa esposizione critica di tutto ciò che si conosceva fino all’anno 1914 dell’arte cretese e della rnicenea”.
Chàrles Samaran, presidente della Accademia di Francia, della quale Rizzo era socio dal 1918, osserva che quest’opera “fu la prima ed ultima concessione di Rizzo allo spirito di sintesi. Alle generalizzazioni brillanti, ma hàtives [affrettate], pertanto incerte, Rizzo preferirà ormai le monografie achevèes [compiute]”
Dopo quasi sette anni di permanenza nella brumosa Torino, si trasferì, nel 1914, nella luminosa Napoli, titolare ordinario della cattedra di Archeologia di quella Università. Qui fondò una vera e propria scuola di archeologia. “Furono anni d’insegnamento — scrisse Enrico Gagliardi — tra i più belli ed i più nobili, fu una scuola viva e pulsante da cui sortirono alcuni tra i migliori degli archeologi della nuova generazione: Domenico Mustilli [ il quale definì Rizzo “ sovrano della scienza archeologica” ], Paola Zancani Montuoro [ Mustilli e Paola Zancani maestri di Giuseppe Voza], Domenico Zancani, Olga Elia”, ed aggiungo Lucio Adriani, che gli succederà nella cattedra di Roma, Cutolo e tanti altri.
A Napoli, ove scrisse, come abbiamo detto, Il Teatro Greco di Siracusa, fu nominato socio della quella Regia Accademia di Architettura, Lettere e Belle Arti. Ma il Nostro era già conscio di meritare un riconoscimento accademico di più alto prestigio: la famosa Accademia dei Lincei, fondata dal principe Federico nel lontano 1603, alla quale da tempo era stato segnalato, incontrando però l’opposizione di qualcuno di quel mondo torbido accademico a lui avversario.
“ So – scriveva all’amico Bernabei nel giugno del 1916-  che sono stati mandati gl’inviti per la proposta del  “corrispondente” in Archeologia; e vorrei sapere se la volontà del Signor Senatore Palafitto debba continuare a dominare, annullando quella di uomini certamente ed infinitamente di Lui più competenti ed onesti. Io ho percorso la mia vita — non indegna — tra le gelosie e le avversioni di piccoli uomini grandi, e, sinora, ho saputo imporre un freno al mio sdegno, ho taciuto! Ed in silenzio ho messo il piede sul collo di certi semidei gonfi di aria velenosa”.
La prestigiosa nomina a Socio nazionale della Regia Accademia dei Lincei, classe discipline storiche filologiche e morali, arriverà sotto la presidenza di Vito Volterra soltanto nel 1923, quando già da cinque anni, dal 1918, la più famosa accademia del mondo, l’Institut de France — Academie des Inscriptions et Belles Lettres, l’Accademia degli Immortali, per intenderci, l’aveva cooptato quale socio straniero, dopo la morte di Adolfo Venturi.
Nel 1925 si trasferì nella sua amata Roma, ordinario di Archeologia e di Storia dell’Arte Antica di quella Università e direttore del Museo di Gessi. Benché membro del Consiglio Superiore delle Antichità e delle Belle Arti, sottoscrisse con 93 intellettuali il “ Contromanifesto “ dettato da Benedetto Croce: ultimo tentativo di resistenza alla dittatura fascista, in risposta al “ Manifesto degli intellettuali del Fascismo “, redatto da Giovanni Gentile e diffuso il 21 aprile 1925 a conclusione del Convegno per la Cultura Fascista di Bologna. A chi gli faceva notare che Gentile era anch’esso siciliano, Rizzo, con quella arguzia greca che gli era propria, rispondeva: “Sì, è vero; ma io sono Sikelio e lui è Sicano!”. A nessuno nascondeva la sua avversione al regime fascista. Ben potrebbe darne testimonianza, se fosse vivo, un figlio della sua diletta sorella Teresa, convenuto a Roma per un convegno, che aveva osato rendergli visita, in divisa nera, come si trovava per l’occasione, e si vide sbarrare la porta.
Non gradiva, lui aristocratico individualista, finissimo interprete ed estimatore dell’arte greca, le “veline “, le direttive nel campo scientifico dei moschettieri della romanità, intese a imporre, per un falso senso di patriottismo, carattere di originalità all’arte romana rispetto alla greca. Non gradiva i riti del partito, la decantata supremazia della forza bruta. Né giustificò la scelta politica che schierava l’Italia a fianco del tradizionale nemico, la Germania, contro i centri di cultura europei, la Francia e l’Inghilterra; non giustificò la guerra, causa di isolamento culturale e di distruzione di opere dell’arte, né, tantomeno, l’aggressione alla sua Grecia, culla della civiltà occidentale.  Non vorrei, proprio io che sono legatissimo alla sua memoria e che da lui ebbi benevolenza ed affetto, farlo rivoltare nella tomba del Verano, dove oggi riposa in compagnia della moglie e del prediletto nipote Senatore Avv. Prof. Giambattista Rizzo, che molti di voi ancora ricorderanno, affermando che, tutto sommato, dal regime fu rispettato per la sua indiscussa e riconosciuta  autorità scientifica. Infatti, fu nominato alla fine  del 1933 membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Italiano di Archeologia e Storia dell’Arte e l’anno successivo fu dispensato temporaneamente dal servizio perché “ incaricato di attendere — sono le parole del decreto ministeriale del 9 ottobre 1934 – agli studi ed alle ricerche tuttora occorrenti per il completamento della sua opera L’Arte delle monete greche della Magna Grecia e della Sicilia … Il Prof. G.E.Rizzo, giusta sua esplicita rinunzia — continua il decreto — non percepirà alcuna speciale retribuzione a carico del Bilancio dello Stato, né a carico del bilancio dell’Istituto Poligrafico dello Stato, conservando gli emolumenti relativi al suo ufficio di professore universitario”…
[ Altri tempi, altra Italia, altri Italiani!].
L’opera, frutto di lunghe peregrinazioni per i tanti campi dell’arte antica, di ricerche durate per anni (basti pensare che per studiare le monete dovette ottenere da musei e numismatici, o farli eseguire direttamente, i calchi di gesso di alcune migliaia di esemplari) non è un Corpus, la pubblicazione cioé di tutte le monete conosciute, non un catalogo di una qualsiasi collezione, non un manuale di numismatica; è un contributo veramente utile alla conoscenza dell’arte siceliota attraverso lo studio delle belle monete, le più belle del mondo antico.
L’opera mira principalmente a far conoscere, attraverso lo studio delle forme stilistiche e dei caratteri complessivi e comparativi della moneta, l’arte degli insuperabili maestri incisori della Sicilia greca, ne percorre il cammino storico e ne vede la dipendenza dalla grande arte locale, scultura e pittura, e le relazioni con altri centri di attività artistica.
Affronta questioni sulla cronologia, sullo stile, sulla personalità degli artisti, sulla loro dipendenza dalla scultura greca arrivando ad accostare gli artisti incisori ai grandi scultori del tempio di Egina.
Da profano mi sono sempre chiesto come mai possa un incisore esprimere in piccole forme l’arditezza e complessità del disegno, senza sacrificare nulla della bellezza dell’opera finita. Alla domanda risponde Rizzo, dopo avere studiato i grandi del Rinascimento, il Cellini, il Vasari e via via gli incisori di gemme del secolo XVIII fino a Benedetto Pistricci ( 1784—1855 ), il famoso autore del S. Giorgio della sterlina d’oro. Questi compose ben sette diversi modelli plastici del S. Giorgio, tutti di grandi dimensioni, come se scolpisse in bassorilievo; giunto al modello definitivo, iniziò la progressiva riduzione fino alle proporzioni della moneta che tutti nel mondo conosciamo.
Perché anche un non specialista possa apprezzare l’opera del Rizzo, ritengo di particolare importanza la lettera (posseggo la minuta) da lui scritta il 6 sett. 1934 al Provveditore Generale dello Stato del Ministero delle Finanze, dal quale dipendeva l’Istituto Poligrafico dello Stato. In quella lettera, inoltre, emerge tutto il carattere di Rizzo.Ella mi chiede — scriveva — se l’opera da me ideata fosse originale: io torno ad affermarlo: opera originale! Libri di “Numismatica” greca ce ne sono — nessuno in Italia, però! — ma un’opera completa sull’arte della moneta in relazione con la scultura e con la pittura greca; sulle varie “personalità” degli artisti incisori dei coni (firmati e non formati)  esiste.. Qualche monografia singola, qualche abbozzo descrittivo nulla tolgono alla originalità della mia opera. Il libro di Hill L’Art dans le Monnaies greques non è da confondere con il mio… Lo Hill è uno dei più grandi numismatici del mondo; ma non è archeologo, tanto meno è storico dell’arte greca. Il piccolo libro dello stesso Autore è quanto di meglio si possegga sulle monete della Sicilia (ma numismatica, non arte!). Dunque l’opera nostra,— che so già aspettatissima in Inghilterra! – è originale; poiché è la prima volta nel mondo (sic! ) che uno storico dell’arte, il quale per rarissima fortuna, forse unica eccezione, è anche numismatico, scrive un libro sugli artisti della moneta greca”.
Sentite come Rizzo s’infiamma parlando delle sue monete, sempre nella stessa lettera: Intanto Le presento una mia antenata siracusana, nata intorno al 474 a.C., il cui ritratto fu inciso da un artista che conosco — non personalmente ! — il quale, nel cammino storico dell’arte, è allo stesso livello degli scultori del Tempio di Egina. Egli aveva, oltre che la raffinata precisione dei maestri arcaici, un finissimo senso della decorazione. Anche le lettere gli servono per decorare. Vedrà presto, in una tavola, le altre “siracusane”, un po’ meno vecchie della mia antenata. Erano tutte molto civette e perdevano tempo nel pettinarsi…”.
Per meglio attendere alla sua opera, Rizzo lasciò l’insegnamento nel 1935. Era carico di titoli, ma non di prebende; tra l’altro era direttore dal 1926 della Scuola Archeologica di Atene di Roma, Presidente della Società Magna Grecia, Corrispondente dell’ Istituto Archeologico Germanico, Accademico di Francia e dei Lincei, Consulente dell’Istituto Poligrafico dello Stato.
Per il Poligrafico stava realizzando un’opera monumentale, Monumenti della Pittura Antica, di cui fu direttore scientifico, direttore tecnico dell’edizione ed autore di tre fascicoli sulle Pitture del Palatino.
Si lamentava col Direttore Generale del Ministero delle Finanze: “Non posso astenermi dal dirLe, con aperto animo, quanta poca voglia io abbia di prestare l’opera mia a Codesto Istituto Poligrafico, non solo senza alcuna retribuzione, ma con spese — per me non lievi — da me sostenute per l’opera sull’Arte della Moneta”. Ed ancora: “Non sono mai stato avido di guadagni; né mai chiesi o ebbi da nessuno prebende o canonicati sine cura. Ma sarei nemico di me stesso, se, alla mia età, dovessi abbassare il livello e il tono della mia vita. E poiché la pensione non mi basta, io devo ancora lavorare; ed ho lavorato per più di un anno, fervidamente ed esclusivamente per i Monumenti della Pittura Antica; né tocca a ne dire se i risultati siano stati, o no, superiori ad ogni anche più benevola aspettazione”.
Questo grandioso lavoro faceva parte di un sogno del Rizzo: scrivere una storia completa della pittura italiana dell’antichità, etrusca, lucana, campana, ellenistica, iniziata nel 1929 con la pubblicazione dell’opera La pittura ellenistico-romana, per conservare ai posteri, con tutta la fedeltà possibile, l’immagine, che resistesse all’alterazione del tempo, della maggior parte dei monumenti della pittura tanto insigni quanto fragili. Charles Samaran, presidente dell’Accademia di Francia, al riguardo, così scrisse: “Questi Monumenti sono stati il grande disegno di Rizzo. Vi ha lavorato fino alla morte, assicurando loro una esecuzione assolutamente perfetta, con la quale nulla potrebbe rivaleggiare. Li sorvegliava con inflessibile autorità, talvolta anche difficilmente sopportabile dagli esecutori; non si può, in ogni caso, che inchinarsi davanti ai risultati”.
L’opera Monete greche della Sicilia descritte ed illustrate da G.E Rizzo – preceduta da diversi saggi preparatori del 1938, 1939 e 1940, omaggio alla sua Sicilia ed alla sua amata Siracusa — fu stampata dalla Libreria dello Stato nel 1946.
Proprio in questi giorni — scriveva il 2 novembre alla nipote Teresa, che durante tutto il periodo della guerra lo aveva aiutato facendogli arrivare da Melilli derrate alimentari di prima necessità, farina, zucchero, marmellate, per smorzare la fame imposta dal rigido razionamento e ristorare un organismo debilitato — è stata pubblicata la mia grande opera sulle monete greche della Sicilia, che costa assai poco — quindici mila lire. E chi la compra ? Io ho il diritto del 20 percento”.
Non so se la pubblicazione abbia avuto un favorevole immediato risultato economico; non lo credo se l’Autore fu costretto, come afferma nella lettera del 24 luglio 1947, “a vendere ( direi meglio a svendere) una piccola parte della mia Biblioteca, ricavandone L.250.000. Così fanno i miliardari, per non abbassare il tenore della propria vita… E quale vita, in questa sciagurata Italia!… Ora la mia pensione basta, si e no, per una settimana e per le altre vendo e vado avanti”.
Nel luglio del 1948, mi trovavo a Roma in viaggio di nozze. Con mia moglie, anche lei pronipote di G.E. Rizzo, resi visita nella casa di via Palestro, tutta piena di pregevoli ed ordinati libri, allo Zio che in famiglia chiamavamo “Orso”, perché lo ritenevamo immerso nel suo mondo classico di raffinatezze culturali e di emozioni estetiche, lontanissimo dalla gente comune.
Fu un incontro per me memorabile, pieno di intense emozioni. Scoprii che l’Orso non era tale, ma così poteva apparire all’esigente numerosissima parentela un uomo impegnatissimo nel lavoro scientifico e quindi spesso bisognoso di concentrazione e di protetta solitudine. Al primo vederlo, fui colpito dalla sobria eleganza del comportamento, dal suo aspetto severo, pieno di dignità, addolcito però da una capigliatura candida e rada che faceva cornice ad un volto ancora fresco, dai tratti di una bellezza classica, greca, diciamo pure, perché greca era la sua cultura ed il suo modo naturale di essere. Mi parve di vederlo, vestito di un bianco chitone, disquisire di arte con i suoi vecchi amici Cimone ed Eveneto. Nei tratti del suo viso scoprii somiglianze familiari.
Aveva, come ebbe a scrivere Concetto Marchesi due anni dopo, “ il senso aristocratico delle cose, cioè un compiacente bisogno di sceltezza e di distinzione, che lo scostava naturalmente da ogni volgarità e lo induceva a una consuetudine di giudizi sottili e penetranti, a un conversare dottissimo ed insieme agile ed arguto: di un’arguzia a volte brusca ed amara”.
La conversazione, brillante, si protrasse, per suo volere, fino a tarda notte. Fu tagliente nei giudizi sugli uomini che avevano disfatto l’Italia, sugli arraffoni che si affacciavano nella scena politica, tra i quali indicava molti compromessi con il caduto regime, verso il quale era spietato, perché correo della distruzione del patrimonio artistico dei paesi devastati dalla guerra. Mi parlò del suo tentativo di ricostituire l’Accademia dei Lincei, nella veste di presidente del Comitato voluto da Benedetto Croce.
La gloriosa Accademia era stata chiusa nel 1939, assorbita dall’Accademia d’Italia che aveva cooptato i Lincei consenzienti. Rizzo non aveva voluto aderire.

Ora, finita la guerra e chiusa l’Accademia d’Italia, si trattava di arginare l’ingresso nella ricostituita Accademia dei Lincei di quei accademici che tali erano diventati non per valore scientifico ma per benemerenze politiche. Rizzo, col suo rigore intellettuale e morale, si sentì sopraffatto dalle segnalazioni e per non cedere alle pressioni, si dimise dall’incarico con grande rincrescimento di Croce, ritornando ai suoi diletti studi.
Lavorava all’ultimo volume delle Monete greche della Sicilia ch’era di esame critico e di revisione polemica sulle questioni di cronologia, stile e personalità degli artisti e della loro dipendenza dalla scultura greca. Il dattiloscritto, da tutti visto ultimato e pronto per la pubblicazione, non fu trovato dagli eredi. Ebbe la stessa sorte dei quaderni di Paolo Orsi sugli scavi di Locri, che l’Accademia dei Lincei avrebbe voluto pubblicare e non furono trovati, eufemismo per dire che furono trafugati. Il dattiloscritto del Rizzo scomparve, smarrito certamente nel sacrario di qualche zelante estimatore o serva sciocca.
Vedovo da molti anni e senza figli, morì in solitudine, il primo febbraio 1950, a Roma, nella casa di via Palestro, sognando un ritorno nella sua Siracusa.
Gli eredi cedettero la ricca biblioteca all’Università di Catania e la raccolta dei calchi delle monete greche al Museo di Siracusa.
L’Accademia dei Lincei dettò il testo della targa marmorea collocata nella sua casa natale, che — come osservò Georges Vallet — ben compendia tutti i settori del vasto campo di interesse culturale nel quale Rizzo spaziò ed eccelse:

Giulio Emanuele Rizzo
eminente socio nazionale dell’Accademia dei Lincei
membro dell’Accademia di Francia e dell’Istituto Germanico
insigne studioso delle antichità classiche
profondo nella ricerca elegante della forma creatore e critico
ridonò alla moneta ellenica il suo valore artistico
al mito pittorico il suo valore estetico
nell’intima connessione
tra fonti letterarie e monumenti dell’arte.