Erranti e supplici, gli stranieri della tragedia

Edipo a Colono al Teatro Greco di Siracusa, 1936

Edipo a Colono al Teatro Greco di Siracusa, 1936

(…) Edipo e Medea sono colti entrambi sul punto di un passaggio capitale, mentre stanno distaccandosi dalle loro storie scabrose costellate di crimini assoluti, inconsapevoli e non voluti da uno, lucidamente premeditati dall’altra. Sono entrambi personaggi scomodi, incutono paura e possono suscitare ripugnanza, ma in prossimità di Atene e dell’ospitalità che vi trovano prendono un’altra dimensione: segnala lo stacco visivamente, sulla scena, il prodigioso carro del Sole ex machina (vv. 1321-1322) che attende Medea per portarla da Egeo (vv.1384-1385); lo fanno percepire acusticamente prima i tuoni e i lampi (vv. 1460-1471; 1514-1515) che annunciano la fine di Edipo, poi la voce divina che improvvisamente lo chiama (vv. 1623-1626) appena prima del suo sparire nell’aria o nelle profondità della terra, con una fine da uomo straordinario ( thaumastos , v. 1665) che non lascia spoglie mortali e si trasforma in simbolo. (…) E’ l’Edipo di Colono a scoprire le implicazioni più interessanti dell’ospitalità. Straniero solo apparente, di fatto un uomo straniato dal destino ( pammoros , v. 161), dal molto patire ( polymochthos , v. 165), dalle molte prove ( polyponos , v.205), Edipo implora che non lo guardino come un diverso ( anomos , v.142), ma è consapevole che la sua diversità è il segno della sua consacrazione. Sa di essere sacro, devoto e portatore di buoni doni per coloro che lo accoglieranno ( hieros , eusebes, pheron onesin astois , vv.286-7), anche se per Creonte è un impuro ( anagnos , v. 945). Costretto a trascinarsi esule e pezzente ( phygas , ptochos elomen, v.444), privato dei diritti ( atimos ) e cacciato dai parenti che avrebbero dovuto trattenerlo, anche dai figli maschi, Edipo è alla fine conteso da tutti, come i viandanti mendichi delle fiabe e come gli starec del folclore russo, con i quali – secondo Propp – è strettamente imparentato nella leggenda. Si dona infine alla città devota di Teseo, alla comunità del buon sovrano che lo ha accolto come supplice ( hiketes , v.1008). La drammaturgia del vecchio Sofocle non lascia dubbi: la supplica e l’ospitalità da concedere ai supplici è un tema tradizionalmente religioso, come confermano il vocabolario, l’atmosfera mistica, le pratiche rituali che occupano tutta la tragedia. Nel corso dell’intreccio, il processo di accoglienza si compie come processo di eroizzazione.