
I Persiani messi in scena dall'INDA nel 1990, regia di Mario Martone
Secondo l’etimologia della parola (con la ripetizione della sequenza barbar in forma di onomatopea) il barbaro è colui che ha difficoltà di articolazione della parola, di pronuncia, che balbetta o parla con voce aspra. L’attributo non è certamente un complimento, ma i Carii, se hanno “un modo di parlare barbaro”, non sono barbari. Essi non hanno una “natura” barbara.
È tra il VI e il V secolo a.C. che “Barbaro”, nel senso di non Greco, forma, associato al termine “Greco”, un concetto antonimo e asimmetrico, con l’accoppiamento di un nome proprio ( Hellenes ) a una designazione generica, Barbaroi . (…) Il Barbaro è innanzitutto, al di sopra di tutto, e per lungo tempo il Persiano. E il Barbaro per eccellenza sarà il Grande Re, incarnazione della hybris dispotica. Come Serse che ha creduto, nella sua follia, di incatenare l’Ellesponto. Le guerre persiane si avviano inoltre a condurre ad una territorializzazione del Barbaro: con l’Asia come campo, che egli rivendica o che si dice rivendichi come sua.
“Mi sembrava che mi si presentassero due donne ben vestite – dice la regina dei Persiani, Atossa, raccontando un suo sogno -, una in abiti persiani l’altra in abiti greci, di statura molto più alta del nomale, di bellezza perfette sorelle della stessa stirpe: e come patria abitavano una la terra greca, l’altra la terra barbara. Queste due donne (così mi pareva) venivano a lite; mio figlio se ne accorge, cerca di trattenerle di ammansirle, aggiogandole al suo carro, legandole con un collare; una delle due si mostra tutta fiera di questa bardatura, e mantiene docile al freno la bocca, mentre l’altra recalcitra: con le due mani rompe e briglie del carro si libera dal morso, spezza in due il giogo”.
Ormai l’opposizione tra Europa ed Asia, raffigurata attraverso l’immagine delle due sorelle nemiche, si sovrappone quasi esattamente a quella del Greco e del Barbaro.