Osservazioni sui film «Edipo re» e «Medea»*
Padre Virgilio Fantuzzi, responsabile della sezione Spettacolo e Comunicazione della rivista La Civiltà Cattolica
Nei due film che Pasolini ha dedicato alle tragedie Edipo re e Medea l’azione si divide in due parti, ciascuna delle quali occupa metà della durata della pellicola. La prima parte di entrambi i film è dedicata all’antefatto della tragedia. La seconda parte è dedicata al testo che Pasolini ha tradotto personalmente dal greco non senza prendersi qualche libertà soprattutto nell’eliminare i cori e nell’alleggerire i dialoghi con vigorosi colpi di forbice.
Va da sé che nella seconda parte di entrambi i film, quella nella quale si condensa l’opera dei due tragediografi, Sofocle ed Euripide, prevale la parola, cioè il testo scritto per essere recitato. Parole dette ad alta voce, talvolta addirittura gridate dagli attori che interpretano i diversi ruoli. In contrasto con la parte parlata dei due film, l’altra parte, quella dedicata all’antefatto, risulta pressoché muta. Si tratta di una contrapposizione netta e perfino violenta. Da una parte il silenzio, dall’altra la parola.
Si dirà che tale modo di procedere, sia nel caso di Edipo re, sia in quello di Medea, aderisce alla logica dei fatti descritti nei due film. Dovendo esporre per filo e per segno, secondo il programma adottato, ciò che è accaduto prima della giornata nella quale, come è nelle regole del teatro classico, tutti i nodi vengono al pettine e la situazione precipita, è naturale che la narrazione cominci con il prendere la via nella quale, come si suol dire, le cose parlano da sole.
A metà del cammino c’è una svolta improvvisa. Ai fatti subentrano le parole. Parole che, a loro volta, sono esse stesse fatti che, con forza ineluttabile, spingono l’azione verso la catastrofe. Al di là della logica interna al racconto, che fa precedere il silenzio alle parole e fa seguire al silenzio le parole, c’è però un altro motivo, inerente alla natura del linguaggio cinematografico, che guida le scelte di Pasolini.
Avendo partecipato, in qualità di assistente volontario, ad alcune fasi della post-produzione di Edipo re, ricordo l’insistenza con la quale Pasolini, parlando con i tecnici addetti al missaggio, esigeva che alcuni momenti del film fossero assolutamente silenziosi, privi cioè di musica e di rumori, oltre che di parole. «Come nel cinema muto», ripeteva.
*Testo dell’intervento di Virgilio Fantuzzi al Convegno “Pasolini Poeta Civile”, promosso dalla Fondazione INDA e dalla Fondazione Banco di Sicilia. Siracusa, Palazzo Greco, 26 maggio 2008