Aiace, la volpe, il leone

XLVI Ciclo di Spettacoli Classici. Aiace. Da sin. Agamennone (Francesco Biscione) e Ulisse (Antonio Zanoletti). Foto M.L. Aureli

L’incessante riflessione sofoclea sul potere

di Luciano Canfora, Università di Bari

abstract

Narra Svetonio che Augusto ebbe l’idea di scrivere una tragedia su Aiace, ma l’ispirazione gli passò piuttosto rapidamente; e lui lasciò perdere (divus Aug. 85): «Nam tragoediam magno impetu exorsus, non succedenti stilo, abolevit [la cancellò], quaerentibusque amicis, quidnam Aiax ageret, respondit Aiacem suum in spongiam incubuisse».

L’aneddoto, con ogni probabilità veridico, è quasi emblematico. Aiace, si sa, rappresenta il capo che punta unicamente sul kratos, sulla forza fisica e sul valore guerriero. Lo dichiara egli stesso nella più importante rhesis che pronuncia nella tragedia sofoclea (vv. 430-480) quando dice (441-446): «Se la contesa sulle armi avesse dovuto dirimerla Achille stesso da vivo le avrebbe attribuite sicuramente a me attenendosi al criterio del kratos. Invece gli Atridi hanno fatto in modo che esse toccassero ad un pantourgòs tous frénas, mettendo in secondo piano la forza di quest’uomo».

Aiace adotta la polarità forza/intelligenza e spregia la seconda come panourghia mentre attribuisce a sé unicamente la prima. Figurarsi come poteva Augusto essere in sintonia con questo personaggio (e chi sa quali sviluppi stava prendendo la stesura…).

Augusto, come Lisandro, come Pericle, come Temistocle, fu volpe e leone insieme: ben sapeva che il politico è tale se vi è in lui la compresenza di queste due nature. A ben vedere, tutto il pensiero antico – quando riflette sulla politica – è realistico: anzi, il realismo è la sua nota dominante. È in Lisandro che il grande Plutarco volle tratteggiare il punto più alto, e inquietante, di tale modo di porsi verso la realtà: ed è ragionando appunto su Lisandro che coniò la metafora intrecciata della volpe e del leone: «Se qualcuno – scrive Plutarco – pretendeva che i discendenti di Eracle (= gli Spartani e le loro famiglie regnanti) non potevano combattere ricorrendo all’inganno, Lisandro trovava questa istanza addirittura comica, e sentenziava: dove non basta la pelle del leone bisogna cucirvi quella della volpe (cap. 7, 6). E nella stesa coppia di vite, a proposito di Silla dirà che in costui albergavano una volpe e un leone e che la prima era, se possibile, più temibile del secondo. La fortuna di questa metafora fino a Machiavelli e oltre, fino al trattato di Charron, De la sagesse, è ben nota.

Odisseo è l’archetipo di questa lunghissima linea realistica del pensiero greco, ed appare in tale luce anche nella tragedia sofoclea intitolata Aiace, dove svolge un ruolo decisivo al principio e alla fine del dramma. Si potrebbe anzi dire che è lui il personaggio positivo di quella tragedia. Vedremo meglio perché.

Prenderemo le mosse dalle progressive trasformazioni del mito relativo alla fine di Aiace; e questo ci porterà ad interrogarci su due questioni:

a)      quale fosse la vera ‘colpa’ dell’eroe;

b)      e (di conseguenza) quale l’effettivo potere degli Atridi sopra di lui.

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