Anna Beltrametti, Università di Pavia
Non nascondo che l’invito dell’INDA a questo incontro mi ha causato qualche perplessità. Non credo di aver titolo per parlare di Pasolini poeta civile, per contribuire a un tema dibattuto in tutte le tonalità e in tutti i registri, sui giornali e nelle aule universitarie, talvolta anche ridotto a pettegolezzo, fin da quando Pasolini era in vita. Altri hanno la competenza e la memoria per riprendere con vigore quel dibattito e sottrarlo alle derive meno interessanti. E temo che anche l’argomento più circoscritto di Pasolini e l’Antico sia stato ormai esaurito dalle sistematiche trattazioni di Massimo Fusillo e di altri specialisti.
D’altra parte, l’occasione mi sembrava buona per rileggere un autore che avevo letto quando ero troppo giovane e con l’orecchio troppo teso alla poesia o agli echi dell’Antichità. E l’occasione mi ha regalato una riscoperta appassionante. Non si può non provare stupore oggi, un fecondo stupore, nel riattraversare pagine in cui la pratica intellettuale e la vita si fondono completamente, in cui l’esercizio del pensiero si realizza come impegno e l’impegno stimola il pensare. Siamo in tempo di decostruzionismo totalmente sbilanciato sulla ricezione che svuota le scritture riducendole a ironici giochi linguistici. Siamo in tempo di tecnicismi asettici che spaventano anche i più autorevoli maestri dello strutturalismo, Tzvetan Todorov e Cesare Segre che tracciò e difese sempre, con Maria Corti, la via italiana e storica dello strutturalismo. Siamo andati oltre le premesse di quell’attenzione ai testi su cui era fondata la buona critica scientifica, forse le abbiamo contraddette per eccesso di zelo formale. O per paura di affrontare le più delicate implicazioni, le questioni più brucianti della letteratura?
Leggere a più riprese e in diverse sfumature, in Pasolini, sia nelle pagine che riguardano l’Arialda di Testori e la censura (Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, Milano 1999, pp. 923-926) sia nei saggi letterari e sul teatro, che “la qualità della pagina fa la moralità della pagina” è sorprendente. E lo è ora più di allora, quando Pasolini scriveva, nei primi anni Sessanta e il tema dell’impegno attraversava l’Europa, con differenti esiti, sull’onda dell’engagement più teorico che creativo – così almeno pensava Pasolini (op. cit. p. 1065) – sostenuto a Parigi dalla saggistica di Sartre. Ora che abbiamo affrontato o subito tutti i discorsi dei metodi e sui metodi, che abbiamo dibattuto troppo a lungo sull’impegno o sull’autonomia della letteratura – scambiando talvolta l’impegno con la propaganda e l’autonomia con l’autoreferenzialità discorsiva totale – l’affermazione di Pasolini, formulata con estrema semplicità, e quasi en passant in un dialogo con i lettori di «Vie Nuove», ci porta immediatamente oltre l’aporia. Se la scrittura è di qualità e lo scrittore è consapevole dei codici di cui si avvale, essi sono per ciò stesso anche d’impegno. Quand’anche non sia “Poesia con la P maiuscola”, più ha la forza di strutturare i suoi contenuti attraverso un serio impianto sintattico e un buon impasto linguistico che producono senso e spostano il livello dell’attenzione rispetto a quello della comunicazione ordinaria, più è arte e più, la scrittura, arriva a riscattare il ruolo dello scrittore e il mondo che egli esprime sottraendolo alla chiacchiera di consumo.
*Testo dell’intervento di Anna Beltrametti al Convegno “Pasolini Poeta Civile”, promosso dalla Fondazione INDA e dalla Fondazione Banco di Sicilia. Siracusa, Palazzo Greco, 26 maggio 2008