Proseguono gli incontri tra la Fondazione INDA e il liceo “E.Q.Visconti”

Istituto Nazionale del Dramma Antico Fondazione Onlus   - Liceo Ginnasio “ E.Q.Visconti”

XLVI Ciclo di Rappresentazioni ClassicheTeatro Greco di Siracusa


Aiace e Fedra (Ippolito portatore di corone) : la pietà e il terrore

Roma 23 marzo 2010

Ore 11,00

Saluto

Rosario Salamone, Preside del Liceo  Ginnasio “E. Q. Visconti”

Introduce

Fernando Balestra, Sovrintendente INDA Fondazione ONLUS

Interventi

Guido Paduano, Prof. Ordinario di Filologia Classica – Università di Pisa

Margherita Rubino, Docente di Teatro e Drammaturgia dell’Antichità –  Università di Genova

Recitativi – a cura di Andrea De Magistris


I brani

I brano: Aiace di Sofocle  vv. 263 – 288 (passim)

Tecmessa: “Lui balzò fuori, solo. Ciò che avvenne laggiù non saprei dirlo. Lui tornò dentro, menando seco buoi legati insieme, cani da pastore, prede di bestie d’alte corna. Ed amputava a queste il capo, ed altre rovesciandole le sgozzava e infilzava nella schiena, altre ne torturava, incatenate come fossero uomini, piombando sopra il bestiame. Infine si lanciò oltre la soglia, e scambiava parole con un’ombra, non so, contro gli Atridi, o parlava d’Odisseo, mescolando grandi risate, e con quale violenza era andato a pigliarsi la vendetta su di loro. Poi è tornato in senno a poco a poco, penosamente. Vedendo la casa piena di strage, si dà colpi in testa gridando. E s’è seduto là, prostrato tra le carcasse degli agnelli morti, strappandosi i capelli a colpi d’unghia. E’ rimasto così gran tempo, muto. Poi m’ha rivolto tremende minacce…Io, miei cari, fui presa dal terrore…E lui proruppe in gemiti strazianti…il suo era uno strepito acuto di lamenti, era un gemito sommesso, come d’un toro che mugghia…crollato tra quelle bestie stroncate dal ferro.”

II brano: Ippolito di Euripide  vv.180 – 232 (passim)

Fedra: “Reggetemi il capo, tiratemi su:/ le mie povere membra non tengono più./ Le mie belle braccia…prendetele voi./ Mi pesa persino il velo che ho:/su, levalo, e i ricci mi cadano giù./ Portatemi al monte: nei boschi andrò/tra i pini, ove la strage di belve si fa,/ che i cani lassù/ assaltano cerve gavette. Per Dio!/ Eccitare i miei cani – che voglia ne ho!/ In mano un’aguzza lancia terrei/ di Tessaglia, e scagliarla, sfiorando la mia/ chioma bionda, potrei…/sono pazza, crollata per colpa di un dio./ Su, balia, ricoprimi il capo, perché/ tutto quello che ho detto vergogna mi fa./ Ricoprimi: il pianto mi scende giù,/ lo sguardo non vede che un’onta oramai;/ rinsavire m’accora, ma questa follia/ è un male: la cosa migliore, però,/ è, senza coscienza, morire.”