L’Orestea al Teatro Greco di Siracusa nel racconto di un grande scrittore. La redazione web consiglia la lettura de “La luce e il lutto”di Gesualdo Bufalino

Brano tratto da “Viaggio sentimentale a Siracusa” di Gesualdo Bufalino

 

[...] Più tardi, e già eravamo seduti sulle pietre del teatro, e sperduti in mezzo alla folla, appena la musica del preludio si udì, e il falso oro delle corazze brillò aspro intorno all’altare, il mito dell’ora divenne più forte di ogni cosa, di quelle cravatte insolenti, di quelle bocche dipinte, di quell’aria di campeggio domenicale ad ogni istante ricreata e disfatta, secondo il giro degli umori e del tempo. E parve che qualcuno ci chiamasse in causa tutti, laggiù, sulla scena a risponderne di persona.

Quando Cassandra cominciò d’improvviso a lagnarsi sul carro da preda, e la sua voce era corrosa e indifesa, una voce povera di bestia, e il vento che si alzò dal prato le scagliò sugli occhi i capelli; quando il re gridò dalla casa la sua morte: “ahimè, sono trafitto da una ferita mortale”, il re Agamennone che era tornato da Troia, e aveva posato i suoi piedi sui rossi tappeti, come solo conviene a un dio; allora, ecco, non ci fu più ragione di diffidare: tra quel tempo eloquente appreso nei libri e il nostro sangue, la nostra vita di sempre, funebre e bruciata, i nostri anni spesi nelle piazze e lungo i fiumi con la bocca colpevole, e il cuore spaventato nel petto, fra quel tempo e noi un accordo naturale vigeva. Una complicità, forse.

Le parole che udivamo assunsero allora solo il peso fittizio dei nostri anni perduti, della nostra memoria minacciata; la presenza della morte nell’effusione presaga di quei gesti divenne il nostro familiare prodigio: era facile morire, nella storia di ognuno di noi c’era un demone guardingo e un coltello, e un piede sopra la nuca. Era come andare scalzi in un bosco di carrubi, per un duello rusticano inutile  eterno. Non avremmo mai visto in faccia il nemico. Ci avrebbero preso ogni volta a tradimento. La voce di Cassandra ripeteva nell’ombra: “Ah le sorti degli uomini: una spugna bagnata le cancella come una pittura”.

Fu al secondo giorno che la consolazione riapparve e il mondo guarì, dinanzi all’Aeropago. Al posto di tante inquietudini un cielo ricominciò a ruotare, prestabilito e credibile. Il sole moriva dietro le colline, era ricco e lontano, avevamo sulle mani la sua gloriosa carezza. E ci pareva nel nostro sangue omicida di sentir maturare una pace, un dolce sfacelo. I rimorsi non erano più che un muro di fumo, il lento bottino dell’ombra, i nostri giorni una cronaca di colpe felici.

Salvarsi o perdersi era il privilegio di ognuno, fino all’ultimo battito.

E di questa incantevole notizia che quel giorno ci portava, tutti eravamo felici, e un po’ stupiti, anche, come di un segreto di bambini sussurrato contro la guancia, come di un ricordo ricordato all’improvviso.

Così, quando poi tutto finì in un clamore educato, e la folla si disperse, e sulle strade, già notturne, vetture si inseguivano, noi restammo ancora un poco, a custodire ne buio quella nostra felicità.

Ma, come in ogni teatro, uomini vennero a smontare macchine e scene, gridando. Dalle bocche delle latomie sorse allora un fiato di terra marcia, di fiori consunti. Si sparse sull’asfalto come una foglia la luna. Noi scendevamo adagio, a lumi spenti, verso l’Anapo, e poi la città non fu più dietro di noi che una rissa remota di frettolosi splendori.

La luce e il lutto, Sellerio, Palermo, 1988; pubblicato anche in Gesualdo Bufalino, Opere, Classici Bompiani, Milano, 1988