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Prometeo 1954

Il Prometeo incatenato di Eschilo viene rappresentato per la prima volta dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico nel 1954, nella traduzione di Gennaro Perrotta.

Nella messa in scena, per la regia di Luigi Squarzina e Vittorio Gasmann, viene privilegiato l’aspetto religioso della tragedia, che include in particolare un raffronto tra il testo eschileo e la Crocifissione cristiana. Il protagonista, Vittorio Gasmann è un “Prometeo con la tunica rossa del Nazareno” (Gazzettino di Venezia 4 maggio 1954).

La scenografia di Mario Chiari consente, con un avvicendarsi di piani, varietà di movimento al dramma creando contemporaneamente, con i due picchi rocciosi, l’atmosfera scabra e deserta delle montagne della Scizia in cui ha luogo la ‘reclusione’ del Titano. Le rocce sono alte 15 metri e dotate di un ascensore che serve a far sprofondare nell’abisso il protagonista alla fine del dramma, avvolto in un denso fumo.

La musica di Goffedro Petrassi privilegia strumenti a fiato e a percussione abbinati all’uso di violoncelli e contrabbassi. I cori, esclusivamente vocalizzati, intervengono a sottolineare una partecipazione umana alle sofferenze del protagonista. Anche i movimenti coreografici, ideati da Mady Obolensky esprimono le reazioni emotive ai patimenti di Prometeo e assumono i toni rituali di una sacra rappresentazione, fino a far apparire il coro “quasi un corteo che sorge da un mistico oltretomba” (Gazzetta del sud 16 maggio 1954).

Vittorio Gasmann propone una figura di Prometeo-martire privilegiando la dizione per mettere in rilievo la poesia a le musicalità del testo. Hermes è interpretato da Mario Scaccia, Io da una dolente e intensa Anna Proclemer.

Prometeo 1994

La seconda messinscena del Prometeo al teatro Greco di Siracusa, ha luogo 40 anni dopo l’esperienza degli anni ’50.

La traduzione  è di Benedetto Marzullo, che attribuisce la tragedia non ad Eschilo ma ad un ‘Maestro del Prometeo’ contemporaneo di Euripide. La traduzione, intensamente poetica, accoglie anche un lessico mirato ad una lettura ‘politica’ del dramma ed i sicari che incatenano il protagonista assumono i tratti di due SS Naziste: Bia e Krtatos diventano Schits e Staffel.

Il regista  Antonio Calenda estende tuttavia nella messa in scena il senso dei riferimenti al mondo contemporaneo, facendo della tragedia “La rappresentazione di tutto il dolore che ha caratterizzato questo secolo. Quello proveniente dai genocidi, dalle stragi, dalle guerre e dalla brutalità di cui è impregnato il novecento” (Gazzetta del Sud 12 maggio 1994).

Di grande efficacia  la scena di Bruno Buonincontri. Un muro grigio-nero quasi berlinese, destinato ad accendersi alla fine del dramma di tonalità rosso fuoco e a crollare su se stesso travolgendo il Titano. Lo spazio scenico è scandito dalle grate di un carcere tra cui si muovono i personaggi: Prometeo, che emerge da una botola prima con la sola testa e che poi rimane legato ad una sedia per tutto il corso del dramma; Io, quasi un animale da circo in corsa tra le inferriate, il Coro delle Occeanine, che attraverso la Corifea (Benedetta Buccellato) esprimono una profonda  empatia nei confronti di Prometeo. I costumi sono stranianti, fatti di bombette e occhiali neri, cappotti in cuoio scuro, abiti neri e ali bruciate per gli dei, gramaglie anni ’30 per le Oceanine dai volti bianchissimi. I movimenti ritmici sono ideati da Aurelio Gatti, le musiche sono di Germano Mazzocchetti.

Roberto Herlitzka è un Prometeo, sardonico, profondamente umano anche nell’alternarsi di lucida freddezza e passionalità; Piera Degli Esposti, in un linguaggio che mescola muggiti lacrime parole, interpreta Io, fanciulla simbolo di una umanità abbrutita e offesa

Prometeo 2002

Una cifra di maestosità distingue la rappresentazione del Prometeo messo in scena nel 2002 – nella traduzione di Dario Del Corno – dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico in coproduzione con il Piccolo Teatro di Milano: la scena è dominata dalla statua di un gigantesco titano inginocchiato, con la testa  inclinata verso la cavea che diviene anche  la vetta-prigione cui è incatenato Prometeo.

L’impianto dello spettacolo diretto da Ronconi esalta la relazione fra il livello delle divinità, aeree, superiori (spesso giungono dall’aria, volando con l’ausilio di una gru) e il piano della sofferenza, popolato dal coro di Oceanine che fluttuano tra canali acquei, Ninfe restituite ai loro sentieri liquidi,  che ondeggiano nei loro abiti chiari come sospinte dal vento. Dal basso  guardano Prometeo e parlano con lui, segregato in cima. Il centro dello spettacolo è dunque una figura sospesa interpretata da Franco Branciaroli con una straordinaria maestria vocale in grado di variare i toni e toccare i registri più diversi: la voce roca della sofferenza, quella solenne della profezia, quella lucida del ragionamento, quella nera e passionale della vendetta.

Oceano è interpretato con abilità da Warner Bentivegna; la Corifea è una misurata ed efficace Galatea Ranzi; l’infelice Io è resa con bravura da Laura Marinoni, l’ambiguo Hermes è affidato a Stefano Santospago. Le scene sono di Margherita Palli, i costumi di Gianluca Sbicca e Simone Valesecchi, le musiche di Paolo Terni.
Una cura particolare è riservata  alle Oceanine, guidate dal regista (i movimenti mimici sono curati con maestria da Marise Flach) nel comporre gruppi di ascolto e nell’esprimere la loro adesione al dramma prometeico, alla stregua di spettatrici accolte entro il recinto del rito, come afferma Ronconi nell’intervista pubblicata sul Programma di sala: “Il Coro trova la sua naturale legittimazione in questo spazio, perché nella struttura dei teatri greci c’è già un luogo deputato, un segno preciso, l’orchestra, che ti dice di per sé cos’è un coro: una estensione dello spettatore all’interno della tragedia; un ponte tra la realtà e la finzione”.

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