Baccanti 1922
Le Baccanti sono messe in scena per la prima volta dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico nel 1922, in occasione del III ciclo di Spettacoli Classici, con la direzione artistica di Ettore Romagnoli, che cura anche la traduzione del testo.
Duilio Cambellotti progetta una scenografia innovativa rispetto alle precedenti (1914, 1921), giocata su un articolato gioco di piani funzionali anche a differenziare il movimento scenico: le parti laterali hanno l’aspetto di propilei; in alto domina la reggia di Penteo cui conduce un’ampia scalea.
Le musiche sono composte da Giuseppe Mulé, che non aspira a ricostruzioni filologiche ma che crea la musica ex novo, procedendo piuttosto per analogia ed ispirandosi alle vecchie canzoni popolari “onde la Sicilia trae l’ardore e la tristezza”.
Le coreografie delle sorelle Braun richiamano apertamente le pitture vascolari e i bassorilievi.
Annibale Ninchi è Dioniso, la sua interpretazione è potente, enfatica: “Annibale Ninchi avvolto in un gran peplo con una pelle di leopardo sulle spalle, coi lunghi capelli a boccoli sparsi negli omeri, stringendo il tirso guizzante di fiamme, sembra davvero un semidio. La sua voce calda, maschia, potente conquista sin dai primi accenti gli spettatori che nelle sue fervide modulazioni sentono passare veramente un alito di ebbrezza dionisiaca” (La tribuna, 28 aprile 1922).
Baccanti 1950
Il secondo allestimento di Baccanti nella storia dell’INDA risale al 1950, per la regia di Guido Salvini e con la traduzione di Ettore Romagnoli. Al successo dello spettacolo diretto da Salvini si aggiunge quello personale di Vittorio Gassman, definito da Silvio D’Amico un “eroico prodigio” capace di riempire la scena immensa del teatro in lungo e in largo, sin dalla sua prima apparizione. “E’ Dioniso, bello come un bel Dio, presente, tonante, voluttuoso, vittorioso, spietato” (Il Tempo, 7 maggio 1950).
La scenografia di Veniero Colasanti è imponente, fatta di mura alte e pesanti di un colore che le avvicina alla pietra del teatro, su cui spiccano costumi dalla linea semplice ma dai colori sgargianti: lo spirito bacchico è interpretato con questa esplosione cromatica per lo più inattesa tra il pubblico.
Sulle musiche composte da Guido Turchi – dieci motivi eseguiti da un’imponente massa orchestrale – si muovono le danzatrici coordinate da Rosalia Chladek che rende il movimento delle sacerdotesse di Dioniso intenso e nel contempo misurato, mai scomposto anche quando inquieto, esasperante. Cadmo è interpretato da Arnoldo Foà, Agave è Sara Ferrati. Le corifee sono Eva Magni ed Elena Zareschi.
Baccanti 1980
Nell’edizione 1980 di Baccanti, per la regia di Giancarlo Sbragia, la scenografia cambia sensibilmente, la scena diviene un cratere lavico, nero di fumo, che nasconde le rovine su cui è passato il fuoco. Da un imbuto pietroso del calderone creato da Vittorio Rossi vengono fuori le sacerdotesse di Dioniso, strisciando, muovendosi morbidamente verso il dio (interpretato da Michele Placido) che le accoglie. E questo tema del fuoco e dei suoi effetti di distruzione segna anche i costumi, nelle loro tinte calde e dalla consistenza che richiama la terra.
E’ ancora Guido Turchi, trent’anni dopo, a comporre le musiche, suoni più essenziali, con una preminenza di fiati e percussioni su cui si articolano i movimenti curati da Angelo Corti.
La regia (la traduzione è di Vincenzo Di Benedetto e Agostino Lombardo), tocca il tema dell’identità nelle sue molteplici sfaccettature, attraversando tutti i personaggi e in particolar modo il dio misterioso che “governa” questo dramma. Ma è con Agave, interpretata da Anna Maria Guarnieri che il dramma sembra toccare la sua vetta più alta, come sottolinea Guido Davico Bonino: “E’ bastato vederla procedere verso l’orchestra ammantata di maschera d’attrice tragica, alta sui coturni, con la voce chioccia di chi è visitata dal dio, le chiome del figlio in mano scambiate per una criniera di leone: e poi, nell’attimo della terribile scoperta rifatta d’un tratto piccola ma tutta tesa nello spasimo della consapevolezza del delitto, tutta in un urlo, questo si ferino; per capire che questa attrice ha una marcia in più”.
Baccanti 1998
Una messa in scena che turba, come una premonizione, quella diretta da Walter Pagliaro nel 1998.
Illuminato, in mezzo alla scena, un palazzo di vetro che si muove scomponendosi in due parti, destinato a crollare alla fine del dramma; già imponente a vedersi, nel progetto di Luciano Damiani il palazzo doveva apparire ancora più grande e maestoso, capace di muoversi come una creatura mostruosa, animata da vita propria.
Lo spazio scenico è popolato da persone che esprimono evidenti diversità, come in un melting pot metropolitano. Il coro delle Baccanti assume le vesti di un popolo di nomadi con marcate connotazioni africane: qui vive la frenesia, l’istinto liberato, una sensualità che si esprime anche nei colori accesi degli abiti disegnati da Alberto Verso, nel ritmo frenetico di strumenti suonati in scena (archi, fiati) e cadenzati da percussionisti senegalesi. (le musiche sono di Arturo Annecchino, le coreografie di Gheorghe Iancu). Dioniso è interpretato da Paolo Graziosi, Penteo è Piero Di Iorio Agave Micaela Esdra. Ha una coralità particolarmente evidente, questa versione diretta da Pagliaro che porta sulla scena, nel segno di Dioniso, la presenza dello straniero, la fluidità dei confini tra oriente e occidente, i rischi della repressione e dell’autoritarismo.
Una messa in scena che allora non fu compresa fino in fondo, forse per una modernità interpretata come invasiva anche rispetto allo spazio scenico, ma che oggi appare per certi versi profetica nella parole del regista: “Se la nostra cultura fra qualche tempo si comporterà come Penteo ci ritroveremo con il nostro ‘palazzo di cristallo’ crollato.
Baccanti 2002
Le Baccanti ritornano sulla scena del Teatro Greco di Siracusa nel 2002, nella traduzione di Maria Grazia Ciani, per la regia di Luca Ronconi che cura lo stesso anno anche la regia di Prometeo e Rane (in coproduzione con il Piccolo teatro di Milano). Il regista sceglie di ricostruire una sorta di trilogia virtuale ponendo in relazione i tre drammi individuando diversi fili conduttori: “Ci sono tanti fili rossi. Da quella sorta di Crepuscolo degli Dei, che è il Prometeo incatenato, dove gli uomini non ci sono, ma sono destinatari di un dono, il fuoco, ossia la civilizzazione, dono non si sa quanto avvelenato, alle Baccanti in cui si mettono in scena i pericoli dell’incontro tra l’umano e il divino e la distruttività che l’incontro col sacro può avere sugli uomini se non mediato dal rito – tra l’altro, questa è l’unica tragedia che ci sia pervenuta in cui il protagonista è Dioniso – e qui il sacro, il dionisiaco appunto, ha una matrice ultima che è profondamente interna all’uomo, sino alla desacralizzazione, o degradazione comica nelle Rane di Aristofane. E infatti, un’altra lettura possibile, in una prospettiva storica, è quella di viaggio attraverso un processo di progressiva desacralizzazione del divino e del mondo”.
Ronconi non è interessato ad una operazione di attualizzazione del Teatro Antico ma, al contrario, a sondare proprio la caduta di continuità, accostandosi ai capolavori della drammaturgia greca come ad uno “spaccato geologico”. Da questo punto di vista il dramma antico diviene un modo per prendere coscienza “non di quanto, per frettolosa analogia, il passato ci sia vicino, ma di quanto ce ne siamo allontanati” (Intervista al regista pubblicata sul Programma di sala 2002).
Il coro compie, entro una scenografia essenziale, un’azione molteplice: tratti all’unisono, declamati da tutti, tratti a piccoli gruppi o a battute singole, momenti tra il canto e la melopea, nell’intento di mantenere un segno dell’originario senso rituale della tragedia. La scenografia è di Margherita Palli, i costumi di Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi, i movimenti mimici sono di Marise Flach, le musiche di Paolo Terni. La messinscena riscuote un grande successo di pubblico e di critica, anche in virtù di un cast di rilievo: Dioniso è Massimo Popolizio, Agave Galatea Ranzi, Tiresia è Luciano Virgilio, Cadmo Warner Bentivegna, Penteo Giovanni Crippa.
