Intervista al regista

Il regista Alessandro Maggi durante le prove, tra Mariano Rigillo (Strepsiade) e Antonio Zanoletti (Socrate). Foto C. Aviello

Conversazione con Alessandro Maggi, regista de Le Nuvole

A cura di Giuseppina Norcia

Questa commedia di Aristofane che chiude il XLVII Ciclo di Spettacoli ci pone subito dinanzi ad un paradosso: dopo il finale pacificatore del Filottete, dopo l’Andromaca, che in questa messinscena, anche in virtù di una precisa scelta di regia, ha una chiusura poetica, a tratti persino commovente, sono proprio Le Nuvole a portare sulla scena un finale violento, per certi versi “tragico”, una distruzione…
Quella che ci è pervenuta è una seconda stesura della commedia di Aristofane. Con la prima versione l’autore non aveva infatti incontrato il favore del pubblico, non aveva ottenuto la vittoria agli agoni drammatici, come era accaduto in passato e come sperava. Una delle ragioni possibili è attribuibile al fatto che il piano del protagonista Strepsiade non giungesse a compimento, che, mancando proprio l’incendio del pensatoio, il protagonista ne uscisse totalmente sconfitto. Trovo invece che, pur in assenza di un lieto fine, proprio l’incendio, la reazione di Strepsiade lascino un barlume di speranza.

Le Nuvole rimangono però una commedia “nera” anche rispetto ad altri drammi di Aristofane…
Il messaggio di questa commedia è di una attualità sconvolgente. Quando ho iniziato a lavorare sul testo, ho trovato illuminante la lettura di un saggio di Julien Benda intitolato “Il tradimento dei chierici”, un testo pubblicato nel 1927  in cui l’autore denuncia il tradimento degli intellettuali rispetto alla loro ‘vocazione’ originaria: avvicinandosi troppo alle cose in senso materialistico  – secondo Benda -  avrebbero abbandonato la loro funzione di guida nella società, di guida dell’umanità. Anche Aristofane aveva certamente delle ragioni per fare satira nei confronti del mondo intellettuale del suo tempo. Sembra ad esempio che Socrate avesse dei legami con certi ambienti oligarchici, soprattutto con Alcibiade, a cui il personaggio di Fidippide potrebbe, secondo alcune interpretazioni, fare riferimento. Ma aldilà degli studi e delle molteplici ipotesi sulla relazione tra il Socrate personaggio e il Socrate storico, ho cercato di capire cosa Aristofane volesse dirci attaccando in generale l’intellettuale. E’ possibile che, proprio come sottolinea Benda in quel saggio scritto molti secoli dopo Aristofane, l’intellettuale, avvicinandosi troppo alle cose, si fosse allontanato dalla propria funzione, avesse smarrito il senso della propria funzione.
Quello che manca a questo Socrate personaggio, rispetto al Socrate platonico, è proprio l’ironia: nella commedia abbiamo un filosofo – in parte è anche un sofista – che non instilla dubbi per arrivare insieme ad una elaborazione della conoscenza, ma che esprime inequivocabilmente delle verità da accettare acriticamente.

Oltre all’ironia, manca un altro requisito fondamentale del Socrate tramandatoci da Platone: la scelta di stare nell’agorà, la consuetudine alla frequentazione delle persone, senza alcuna discriminazione. Questo pensatoio distante, lontano da tutti, racconta un intellettuale che, allontanandosi dalla gente comune, dalla società, ha creato un mondo a parte, una distanza incolmabile.
Per questo si pone in rapporto con quel paradigmatico uomo medio che è Strepsiade in modo non sano. Strepsiade gli chiede, come andando in una sorta di mercato, di risolvere un problema, proponendo un pagamento.

Ma questa eccessiva “professionalizzazione” del sapere può portare ad una degenerazione: anche quando ci sia una committenza, la motivazione, lo scopo, non possono perdere la propria rilevanza …. Strepsiade cerca di svincolarsi da creditori a cui deve dei soldi, in qualche modo cerca di derubarli (e Socrate si presta a questo), e finisce col diventare vittima del suo stesso gioco.
Tornando al finale, il fatto che il pensatoio venga incendiato significa anche la possibilità di ricominciare e dunque, in altri termini, di ripensare anche il rapporto tra intellettuale e società. In generale mi piace cercare un segno positivo anche in un finale drammatico.

Come sottolinea lo stesso Aristofane all’inizio della parabasi, questa commedia è, rispetto alle altre, persino “composta e pudica”. Non si serve di scene di facile o triviale comicità, di trovate spettacolari o  di un linguaggio scurrile (fatta eccezione di alcuni immancabili, liberatori momenti di distensione…). Quali sono i punti di forza di questa commedia che “si presenta confidando solo su se stessa e sulla bellezza dei versi?”.
Questo testo è straordinario sin dalle prime battute. Dal monologo iniziale di Strepiade e dal dialogo con Fidippide, capiamo già quale sia il tema che si sviluppa poi in momenti diversi. Ogni momento è pensato per la scena, per il teatro, anche questo Socrate che osserva i fenomeni dall’alto con grande efficacia drammatica. Un elemento di forza proprio dal punto di vista scenico è l’ingresso delle Nuvole. Queste divinità non sono semplici “creature di passaggio”: non è un caso che siano loro a dare il tutolo alla commedia. Sono creature cangianti, metamorfiche: teatralmente non siamo dinanzi  ad uno stereotipo canonico della divinità.

E questo, immagino, riguarda anche il loro modo di stare in scena…
Un primo problema si è presentato proprio in relazione al loro ingresso. Inizialmente cantano senza essere presenti sulla scena: Strepsiade non riesce a vederle per una intera sessione drammaturgica, pur avendole sentite cantare. Ma è il testo stesso ad offrire una indicazione importante quando, nel descriverle, Socrate dice “io già le vedo che vengono giù con tutta calma”. Ho pensato dunque di farle arrivare dall’alto, da uno spazio extrascenico: in questo modo il pubblico le individua immediatamente ed accetta la convenzione per cui i personaggi non riescano ancora a vederle.  Credo che sarà un ingresso di impatto, perché il coro si spargerà in mezzo al pubblico, guadagnerà l’orchestra seguendo il testo sulle giuste battute. Un altro punto forte è la parabasi. Soprattutto perché ci troviamo a Siracusa…

Crede che il fatto di trovarci in un Teatro Greco conferisca una forza diversa a questa parte così particolare del testo?
In un teatro al chiuso non sarebbe la stessa cosa; si potrebbe persino  scegliere di tagliare la parabasi e rappresentare solo il plot della commedia. Mi sento di dire che  a Siracusa il pubblico che viene ad assistere agli spettacoli sente di prendere parte al rito delle Rappresentazioni Classiche: non viene semplicemente a teatro. In una situazione come questa non si può non mettere in scena la struttura stessa della commedia.

In più la parabasi costituisce un momento magico di grande complicità tra il drammaturgo, il coro, gli spettatori. E questo pubblico di Siracusa, già straordinariamente eterogeneo, quasi a formare un microcosmo, una metaforica città, sarà chiamato ancor più ad essere comunità, a prendere parte a questo momento di condivisione.
Trovo anche che la parabasi sia un escamotage teatrale straordinario. A un certo punto lo spettacolo si ferma. Le Nuvole che  fino a pochi secondi prima erano divinità, diventano attori che parlano a nome del drammaturgo.

E dal punto di vista scenico cosa succede?
In genere accade che uno dei personaggi parli. Nelle Nuvole rappresentate a Siracusa nel 1988, uno dei personaggi del coro era un uomo che “diventava” Aristofane nel momento della parabasi.
Per questa messa in scena della commedia ho preferito non utilizzare un escamotage del genere: l’avrei trovato poco credibile, un po’ grottesco e macchiettistico. Allora ho immaginato che dal pensatoio venga lanciata una testa – la testa di Aristofane -  che viene raccolta dalla corifea e consegnata al coro. Mentre il coro passa questa testa di mano in mano, la corifea inizia a parlare a nome di Aristofane; poi, nella parte finale, Federica Di Martino abbraccia la testa, la accarezza, non come se dicesse “io sono il poeta migliore” ma “tu se il poeta migliore”.

Non parla più a nome del poeta ma si rivolge a lui…La parabasi diventa dunque, per certi versi, un tributo ad Aristofane.
Ma anche un momento di poesia dentro un pezzo che è in sé molto astuto. E’ anche un modo per dire: questa parola deve vivere per sempre.

Come ha costruito questo coro così multiforme?
Ho tratto ispirazione proprio dal fatto che le nuvole siano creature divine e cangianti per strutturarlo usando modalità e linguaggi diversi: c’è una sezione cantata che corrisponde a tre interventi; c’è un coro complesso recitato, con alcune parti all’unisono e altre spezzate; ci sono i versi affidati alla voce sola della corifea. Ma anche lei a sua volta non è mai uguale a se stessa.

A volte ci sono scene che sembrano in qualche modo replicarsi, moltiplicarsi: la parabasi, le “lezioni” di Socrate, persino due agoni. Come si è trovato dinanzi a questa complessità drammaturgica?

Le lezioni di Socrate sembrano simili soltanto ad un primo impatto, ma in realtà sono molto diverse. La seconda  lezione è una tortura a Strepsiade attraverso modalità semplici di comprensibilità, adatte ad un uomo così semplice e rozzo; nella terza lezione però Strepsiade viene preso per mano, quasi psicanaliticamente, da Socrate, con un approccio e un linguaggio totalmente diversi.
Mentre all’inizio Socrate è in difficoltà, perché non riesce a cavare un ragno dal buco, successivamente trova una modalità per instillare qualche momento di elaborazione del pensiero a Strepsiade. In qualche modo è l’intellettuale che non riesce a risolvere il problema e fa di tutto per trovare una chiave di lettura. Sono due momenti diversi, non bisogna appiattirli; per questo ho lavorato proponendo agli interpeti intenzioni di recitazione che differenziassero le due scene.

In questo senso, Socrate e Strepsiade diventano come una coppia in cui cambiano costantemente i rapporti di forza. A un certo punto si inverte la polarità..
Proprio così.

Come ha costruito la scena dei due discorsi?
Sono due ”professionisti della comunicazione”, i migliori che ci siano sulla piazza… Ho pensato di farli entrare come se fossero parte di un grande carrozzone, quasi circense, trainato dai discepoli.

Ma quali sono, oltre alla parola, i loro strumenti di seduzione? Trovo che sia particolarmente difficile rendere questo aspetto in relazione al discorso migliore, con cui si corre il rischio, calcando la mano sull’aspetto moralistico, di renderlo perdente sin dall’inizio.In realtà non è così. C’è un punto in particolare, quando dice…”È primavera, il platano sussurra all’olmo – che felicità! Se mi dai retta per filo e per segno…”, in cui, da vero marpione, lui stesso fa partire la musica, un pezzo di violino, mentre guarda Fidippide e continua a parlargli…

..Per certi versi si trasforma in regista…
Gioca la carta del sentimento, per carpire l’attenzione. Viceversa, quando il discorso peggiore dice “conosci qualcuno che ha fatto carriera senza castità?” parte una musica inquietante, si crea un’atmosfera che ci fa capire a chi andrà la vittoria.

La parola ed i suoi effetti nella vita degli uomini, il potere del logos, rimane uno dei grandi temi di questo ciclo di Spettacoli. L’inganno architettato da Odisseo e la “recita” di Neottolemo per carpire la fiducia e l’arco di Filottete, i dialoghi dell’Andromaca, con quelle parole dure come pietre, l’agone tra i due Discorsi che trascina la vicenda comica verso il baratro di un finale drammatico, portano sulla scena i nostri interrogativi più scottanti, forse proprio quelle contraddizioni che tentiamo a tutti i costi di nascondere nella vita quotidiana, in quello che definiamo “convivenza civile”.
Sono d’accordo…Attingiamo ancora da quel secolo d’oro, da questi testi che ci costringono ad uno sforzo di pensiero, che sanno portarci in profondità.