Come trasporre in musica il dramma del dolore e della solitudine cosmica?
Come scrivere sul pentagramma i temi filosofici di sofferenza, inganno e soprattutto di onore e gloria? Queste le domande poste all’inizio del lavoro dopo un approfondito studio del testo.
Come sempre nel nostro lavoro – lavoriamo con Gianpiero da diversi anni – gli spunti di analisi del testo e le linee guida di regia hanno rappresentato la direttrice per le composizioni. Il punto di partenza è stato la scelta di non utilizzare nessuno strumento armonico in scena, ma affidare al Coro il lavoro musicale in toto ed inoltre di lavorare nella ricostruzione di una unità sonora in continuità con il passato e con la tradizione della musica greca antica, senza però vincolarsi ad essa, piuttosto creando un percorso di evoluzione. Nasceva anzitutto l’esigenza di arrangiare tutte le composizioni in maniera vocale: il Coro come strumento e orchestra. Qui abbiamo attuato la prima grande scelta, l’utilizzo della polifonia anziché l’unisono in eterofonia a diverse altezze, propria del coro greco antico. Difatti le composizioni sono sviluppate in tre voci, talvolta quattro ed operano in un range ristretto, data la natura esclusivamente maschile dei coreuti. Il Coro quindi è stato diviso in tre sezioni di voci: i baritoni, i tenori secondi ed i tenori primi.
Nell’alveo in cui si esprimono le composizioni sono volutamente marcati i contenuti tematici del tessuto verbale dell’opera, tradotti in note.
Recuperando ed avendo come punto di riferimento il tetracordo, base del sistema musicale della Grecia antica, abbiamo mantenuto il gioco nell’armonia degli intervalli di semitono, dando però una interpretazione personale e spaziando nel registro compositivo liberamente tra il dorico o il lidio e sconfinando a volte fino al canto gregoriano o addirittura all’operetta.
Si è scelto di utilizzare esclusivamente la lingua originale del testo sofocleo, il greco antico, già fortemente musicale cantato in metrica, rispettandone – salvo qualche piccola eccezione eufonica o di adattamento melodico – la metrica e i piedi del verso. Operazione non semplice per i versi del coro, se si considera che Sofocle ha utilizzato non sempre i molto musicali trimetri giambici ma gliconei, cretici, trochei e altri piedi complicati. L’impatto ritmico della metrica è stato però talmente forte da condizionare il relativo lavoro sul ritmo, come del resto accadeva nella Grecia antica dove la musica era assolutamente inseparabile dal verso adottando i medesimi principi metrici.
Le strutture sono state concepite in maniera aperta, ed il materiale sonoro diviene spesso un’acqua musicale, un vero e proprio pad, ambiente ideale sul quale muoversi ed andare in primo piano con i versi; la grammatica della partitura prende spazio, respira con la scena, ne prende colore e temperatura, e mantiene come solco tematico il groove che lega le composizioni tra loro.
Papaceccio e Cespo Santalucia
(un sentito ringraziamento a Salvo Disca e alla Prof.ssa Mariaflora De Ioanni)
