XLVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche

INDA in tournée Giugno - Agosto 2010

Nota del Traduttore

Ettore Romagnoli

Mentre gli animi erano ancora prostrati dall’orrendo lutto di Sicilia, la guerra del Peloponneso riavvampava furiosa, e le sciagure succedevano alle sciagure, senza tregua. I Lacedemoni prendevano Decelea, i Chioti tradivano, Mileto accoglieva le flotte del Peloponneso, la Ionia e l’Eolide, Lesbo e Rodi venivan meno a l’alleanza. Ricominciavano le mene d’Alcibiade per la ricostituzione del partito oligarchico. Per ricostruire la flotta, si dovè intaccare la riserva di mille talenti, deposta nel Partenone al principio della guerra. Da quando s’erano aperte le ostilità, Atene mai non aveva visti giorni così neri. E certo non c’era da sperar troppo nei pròbuli,  specie di comitato di salute pubblica, nominati in quel frangente a rialzar le sorti della patria.

Aristofane tentò anche una volta quanto può il poeta: sfiorare i duri muscoli (e magari percòterli) col verso alato. E mandò sulle scene, a propugnare la pace, una donna. Ma Lisistrata, benché donna, ha buon discernimento. E le sue varie perorazioni sono spesso tanto serie, profonde, nobili, quanto ridicolo, pur nella sua efficacia, è il mezzo da lei scelto per convincere i mariti.

La composizione della Lisistrata è ottima. L’occupazione dell’Acropoli, con la quale si conclude la prima parte, non è che il mezzo per raggiungere lo scopo finale; onde tutte le scene che seguono sono necessarie e attese con curiosità. Notevole, innanzitutto, è il magistero con cui è introdotta l’azione. In tutte le commedie viste fino ad ora, gli antefatti erano esposti agli spettatori mediante, o un monologo, o peggio, un discorso rivolto ad essi direttamente da qualche personaggio. Qui, invece, la protagonista, senza mai permettersi strappi all’illusione scenica, fa prima sapere, indirettamente, nel dialogo con Vincibella, dell’appuntamento da lei dato alle compagne, poi rivela, così alto alto, il suo disegno di salvare la patria, e infine, dopo aver tenuto in curiosità le amiche e gli spettatori con una serie di allusioni e reticenze, spiattella di colpo il mezzo infallibile. Notevole è anche la divisione del coro in due parti, grazie alla quale il vecchio e pesante organismo acquista anch’esso vita ed agisce dal principio alla fine dell’azione.

Si osservino anche le macchiette dei due mariti gonzi e del pròbulo divagatore e babbione. Sono quanto mai lontane dai tipi convenzionali, e prese dal vero, con una cifra caratteristica che fa pensare ai novellieri del nostro trecento. Qui fanno la prima comparsa: loro numerosi gemelli vedremo presto nelle Donne alla festa di Dèmetra, nelle Donne a Parlamento, e nel Pluto. Aggiungo che ho tradotto in dialetto romanesco le parti di Lampetta, dell’araldo e dell’ambasciatore spartano, che nel testo sono in lacone; e in italiano, invece, i cori finali, pur essi dialettali, degli spartani. Il dialetto mi parve adatto, qui come negli Acarnesi, ad aggiungere vivacità al dialogo comico; ma non seppi piegarlo a rendere il concitato lirismo ispirato a gesta e credenze tanto remote. E spero che della incongruenza avrò facile venia dai pazienti lettori.