XLVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche

INDA in tournée Giugno - Agosto 2010

Intervista al regista

Emiliano Bronzino, regista di Lisistrata. Foto M.L.Aureli

Conversazione con Emiliano Bronzino, regista di Lisistrata

di Giuseppina Norcia

Il terzo dramma in cartellone per il XLVI Ciclo di Spettacoli Classici costituisce un evento molto particolare, sia per la messa in scena di un dramma (e di un autore, Aristofane) poco rappresentato, sia per l’uso di una traduzione di grande personalità, quella che Ettore Romagnoli realizzò agli inizi del secolo scorso. Quale è stato il primo impatto con questo testo tradotto in versi?
Inizialmente non nego di essermi “spaventato”…. Noi siamo abituati ad un tipo di comicità bassa, più semplice. Aristofane invece usa due registri comici: uno legato alla sfera sessuale,  genitale direi, ed un altro più alto, legato alla satira, più ricercato. La traduzione di Romagnoli esalta certamente questo tipo di comicità più “nobile”, senza però rinunciare al primo.

In qualche modo il traduttore sostituisce il triviale con il popolaresco, anche quando usa il romanesco per rendere il “dialetto” spartano
Esattamente. Peraltro, lavorando sul testo ho subito trovato la traduzione molto “scenica”, lineare, cosa che a prima vista non avrei pensato. D’altra parte, le regole del teatro sono fondamentalmente le stesse da sempre. Non è solo la parola in sé ad essere determinante, è il ritmo interno. Poi bisogna trovare il modo per dire quella parola, ma l’importante è che ci sia una costruzione ritmica e logica dettata dal pensiero, che ci sia l’ espressione di un pensiero e di un sentimento.

Dunque dietro questa patina aulica c’è un testo vibrante e di grande resa scenica
Proprio così. Paradossalmente, quelle che “invecchiano” sono proprio le parolacce, forse perché più legate ad una cultura orale e dunque più mutevole rispetto ai termini codificati dalla scrittura.
E poi questa patina retrò non mi dispiace affatto. Ne abbiamo un esempio, quest’anno, nella traduzione di Sanguineti. Una lingua che a prima vista sembra così alta, così complicata, ma che invece ha una resa straordinaria nella messa in scena. Basta trovarne la chiave, bisogna solo capire come decodificare quel linguaggio.

Lisistrata. Le Prove. Francesco Biscione (Commissario). Foto M.L. Aureli

E lì  c’è anche la grandezza dell’attore
In qualche modo le difficoltà  aiutano l’attore, lo obbligano a cercare di capire perché l’autore o il traduttore ha fatto quelle scelte. E riuscire a capire ti permette di fare meglio.

In questo momento in cui la parola è usata in modo così vago,  impreciso – e questa opacità del dire è anche opacità del sentire e del pensare – , tornare a riflettere sulla parola con rispetto, con cura, è anche la  “missione” dell’umanista.
Sono d’accordo. Anche quella di Paduano è una traduzione altissima; lui sceglie la semplicità nella costruzione della frase, ma le parole che usa sono molto precise: riuscire a capire perché usa una parola e non un’altra è una parte importante del processo.

Ed è molto esplicito, anche nella nota del traduttore scritta per Aiace, in merito al rifiuto di una visione “alta” del coro, che rischia di snaturarne il senso.
Da questo punto di vista, l’intesa con Daniele (ndr. Salvo) è stata forte, perché anche grazie a questa scelta è riuscito a creare qualcosa di profondamente vivo, reale in scena.

Tornando a Lisistrata, in che modo la traduzione ha influito sulla regia?
Romagnoli ne dà una interpretazione talmente forte che non puoi non misurarti con essa. Il suo è un italiano ricercato che mi fa pensare a D’Annunzio, Pascoli Carducci, che il traduttore usa con molta ironia, affidandogli una comicità anche bassa. Questa distanza tra l’italiano parlato oggi e questa lingua mi permette di fare un discorso di “Teatro nel teatro”. E’ come se gli attori che interpretano recitassero qualcosa di “altro”: non si tratta di cercare semplicemente l’effetto comico come si farebbe in una lingua più normale. Qui la lingua diventa mezzo di comunicazione, ed il fatto che Romagnoli faccia a sua volta una grande ironia diventa un elemento rafforzativo.
Quello che mettiamo in scena è un continuo “verso” non solo alla tragedia, ma anche ad un modo di fare teatro. Questo è reso possibile dal fatto che la commedia di Aristofane è costruita su uno schema che ricalca quello della tragedia – l’uso del coro è molto simile – e perché lo stesso drammaturgo richiama costantemente il mondo tragico, anche con riferimenti espliciti.

Mauro Avogadro (Corifeo Strimodoro) e il Coro. Foto M.L. Aureli

Ricalcando e reinterpretando nella regia questa cifra aristofanesca, ci sono citazioni esplicite alle tragedie di questo XLVI Ciclo?
Poiché Lisistrata fa parte di un ciclo di tre spettacoli itineranti, ho cercato di collegare anche visivamente la commedia con le altre due tragedie in cartellone attraverso meccanismi scenici che sono riproduzioni in chiave scherzosa di Aiace e Fedra.

Ad esempio?
Mi viene in mente la famosa “scena delle rose” della Fedra, dove il coro fa dei movimenti ondeggiando a destra e a sinistra. Quando entra Fottino e si pone a terra con un enorme fallo, il Coro delle donne fa dei movimenti simili da una parte e dall’altra. O quando Lisistrata entra disperata perché le donne stanno cercando di scappare, il movimento scenico, il tipo di recitazione è lo stesso di Tecmessa quando scopre il cadavere di Aiace. In ogni caso, chi non ha il riferimento a queste due tragedie potrà facilmente percepire  uno sguardo ironico sul tragico, il “verso” del tragico che è elemento costante in Aristofane.

Immagino che gli interpreti si siano prestati volentieri a questo “gioco”…
Ho avuto la grandissima fortuna di potere “attingere” gli interpreti dal cast di Aiace e Fedra, di lavorare con attori che conoscono perfettamente il Teatro greco, sia i testi che lo spazio scenico. Anche per questo, rispetto al discorso metateatrale sono autoironici, citano se stessi: basti pensare a Biscione che qui fa il commissario e rivisita in chiave comica l’Agamennone di Aiace,  o Avogadro che riesce con grande ironia in Strimodoro. Anche i tanti attori siracusani e le interpreti “cresciute” in questo teatro mi hanno permesso di fare questo lavoro così alto sulla commedia. Hanno fatto un ottimo lavoro sul linguaggio, perché è tutto versificato e rimato, cosa che non si fa quasi più. 

Come hai costruito il Coro?
In questa messinscena di Lisistrata il Coro è quasi interamente cantato e danzato: ci sono canti e danze in tutti i suoi passaggi. Peraltro, ci fa gioco l’uso in chiave ironica di linguaggi e tecniche formali della rappresentazione del coro. In particolare vorrei riuscire a ristabilire almeno un unisono nel finale. E’ una cosa che non si fa più da anni, per via di quella frammentazione del coro in voci singole che risponde al tentativo di renderlo più vicino, di “umanizzarlo”. L’unisono che si è perso fa “antico”…”tragico”…e in chiave ironica potrebbe essere molto interessante.

Come avete lavorato su Lisistrata con la Genatiempo?
Lisistrata è un personaggio difficile. Non ne esistono molti “esempi” nella storia del teatro. Anche fisicamente Ilaria è una Lisistrata particolare, non rientra nel cliché del personaggio comico. In questo ruolo ha mostrato una grande versatilità, passando dalle algide dee che aprono le due tragedie (ndr. Atena in Aiace e Afrodite in Fedra) a un personaggio profondamente umano, empatico.

Spesso Aristofane nelle interpretazioni contemporanee viene trivializzato mentre Lisistrata è anche un filosofa, è un personaggio alto
Per assurdo è un personaggio tragico. Che poi abbia delle scene prettamente comiche è un altro discorso. Il finale della commedia in cui  riesce a stipulare la pace, sebbene faccia discorsi di grande profondità nei confronti degli spartani e degli ateniesi, la sua è come una voce che si perde nel vuoto. Sia l’ambasciatore ateniese che quello spartano non riescono a rispondere.

Da sin. Simonetta Cartia (Vincibella) e Ilaria Genatiempo (Lisistrata). Foto M.L. Aureli

E’ sola, come un’eroina tragica
E il successo che riesce ad avere  è solo formale, legato al fatto che la commedia non può non finire bene: in realtà, storicamente, il “finale” fu ben diverso, e la guerra si protrasse portando Atene alla sconfitta e la polis greca al declino.
Anche all’interno della commedia si percepisce come un finale tronco, una parola interrotta.

La conclusione di Lisistrata ricorda molto le tragedie a lieto fine di Euripide, quei finali falsamente risolutivi con l’intervento del deus ex machina
Non è un caso che Lisistrata chiami la Pace, la Tregua, che non è un presenza solo simbolica, è una divinità. La cosa “tragica” è che quando questa divinità entra in scena, i due ambasciatori non ne vedono la meraviglia ma ne colgono solo la sensualità: fanno apprezzamenti anche spinti, sfrontati.

Questa “disturbata divinità” suscita – diremmo con la nostra sensibilità – un sentimento del contrario, un umorismo graffiante . Come poteva essere recepita la commedia da quel pubblico?
Quando Lisistrata parla della città affiora la memoria di come era Atene quarant’anni prima. Per Aristofane e per il suo pubblico la caduta era presente, ma ricordavano bene il passato per il fatto di averlo vissuto, non era qualcosa che era stato semplicemente raccontato, tramandato da un’altra epoca. 

Come i Vecchi di Colono nell’ultimo Edipo sofocleo…
Il discorso metateatrale è una cifra che accomuna Aristofane e Romagnoli. Per il primo la tragedia costituisce un richiamo imprescindibile (per non parlare della sua ossessione nei confronti di Euripide); il secondo reinventa, con le Rappresentazioni Classiche a Siracusa, un “nuovo” modo di fare teatro e crea un rapporto specialissimo con l’anima di questi luoghi.

Lui stava riscoprendo quel modo di fare teatro, e si chiedeva come mettere in scena queste opere meravigliose arrivate fino ad oggi. Per questo anche il rapporto con questi luoghi in cui è tutto ha avuto origine  – gli stessi in cui Atene di fatto ha perso quella guerra – aveva un significato particolare. D’altra parte, se non fosse “nata” a Siracusa, questa Lisistrata avrebbe avuto caratteristiche diverse. La prima sera di prove al Teatro Greco ho provato una grande emozione: è quel luogo, il Teatro, che comanda, nel bene e nel male. Anche questo  discorso del “tragico all’interno del comico” possiamo farlo perché ci rivolgiamo a un pubblico che da sempre vede tragedie, che le conosce e che le ama.

Lisistrata e il Coro. Foto M.L. Aureli