XLVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche

INDA in tournée Giugno - Agosto 2010

Intervista al regista

Carmelo Rifici, regista di Fedra. Foto C. Aviello

Due battute con Carmelo Rifici, regista di Fedra (Ippolito portatore di corona)

di Damiano Chiaramonte

Voce squillante, giovane, modi garbati, ma informale e disponibile. Sta in mezzo al coro Carmelo Rifici quando lo rapisco per l’intervista. Se non lo conosci puoi anche pensare che è uno di loro: attor giovane alla prima sfida impegnativa. E, invece, è il regista di Fedra (Ippolito portatore di corona) nella traduzione di Edoardo Sanguineti.

La bellissima traduzione di Sanguineti è in una lingua arcigna, rocciosa, dura. Non facile.

Ho chiesto agli attori di leggere la traduzione di Sanguineti come fosse un testo poetico in versi, cercando quindi i giusti accenti tonici sulla battuta, in modo tale che il senso venisse dall’accento. Dal ritmo insomma. Vorrei che arrivassero ad esprimersi con quelle che io ho definito parole pietrose, partendo dal presupposto che ci sono parole, appunto, che hanno delle forti consonanti, la erre la esse la ti, che restituiscono un universo tetro, duro che è quello in cui si muove Fedra; sottolineare invece le vocali e prediligendo perciò tutto quello che si apre verso l’alto sta nelle corde del personaggio di Ippolito che invece ha un anelito verso il religioso. Il punto di arrivo è marcare questa differenza.

Minor peso al pathos recitativo e maggiore attenzione alla parola?

Proprio così. Ho raccomandato agli attori di non badare ad un percorso psicologico e naturalistico, ma di comunicare allo spettatore lo stato d’animo del personaggio attraverso le parole. E’ un lavoro dunque di appropriazione della parola.

Fedra, Ippolito e Teseo sono molto diversi tra loro, ma tutti pervasi da una mania ossessiva…

Ossessione che verbalizzano in maniera forte, viscerale, ma differentemente. Perché sono ossessionati dal demone che li perseguita dall’interno. Per Fedra è la malattia, per Ippolito è la religione e l’onore per Teseo. Non fanno altro che riportare allo spasimo questa loro ossessione, ovviamente con percorsi psicologici differenti. Ippolito è inflessibile, integerrimo, per questo a Massimo (Nicolini n.d.r.) ho chiesto di arrivare al pathos come ultima sponda, perché per lui è proprio il controllo la chiave del suo personaggio, l’autodeterminazione, il saper gestire i propri sentimenti senza mai esporli. Il contrario di Teseo che invece è ira furibonda buttata in pasto al pubblico: egli si lascia trasportare dalla furia che non può e non deve controllare, altrimenti non arriverebbe a lanciare la maledizione. Ho chiesto a Maurizio Donadoni di non controllarsi, di lasciare dunque che le parole lo portino allo stato puro dell’ira.

Fedra?

Fedra è un personaggio difficile perché parte dalla follia, per poi ragionarla, spiegarla alle donne di Trezene e quindi anche al pubblico, facendo comprendere come è arrivata alla decisione di uccidersi. Ho chiesto a Betta (Elisabetta Pozzi n.d.r.) di non fare la matta, di non fare la Fedra folle ma di costruire una donna malata che affronta la malattia in termini fisiologici, come chiede il traduttore, Sanguineti, evitando di metterla sul piano patologico.

Una vecchia amicizia la lega a Elisabetta Pozzi, un problema in meno …

Ma si, con Betta abbiamo fatto molti spettacoli insieme, quindi c’è una stima reciproca e un linguaggio comune che ci aiuta.

Dalle note di regia sembra che lei dia un valore particolare al legame tra lo spazio scenico e i “demoni” che regolano i contrasti tra i personaggi: Eros, Religione e Onore rimandano al triangolo medioevale Dio, Re, Popolo. Questa sua intuizione come è stata recepita dall’architetto Garcés?

Avendo appreso che lo scenografo si era deciso ad utilizzare il legno, ho detto subito a Garcès – per quanto fossi consapevole che non si potesse fare vista l’esigenza di dover usare costumi che richiamano alla classicità – che forse in questa scena ricreare un’ambientazione medioevale avrebbe rispettato ancora di più la dantesca lingua di Sanguineti. Ovviamente ha fatto finta di non  capire (risata) però io ho lavorato ugualmente in quella direzione. Nonostante tutto, ho cercato di rappresentare un mondo che si muove quasi come se si trattasse di un dramma religioso, un dramma che va avanti con l’avanzamento dei carri. Tant’è che ho chiesto di mettere in scena due carri, quello di Fedra e di Ippolito, che rappresentano per una il letto di dolore e per l’altro il mezzo di trasporto per la caccia. Si tratta insomma di elementi metaforici come si usava fare nel teatro medioevale.

Prima di arrivare al teatro greco di Siracusa, ha “lavorato”  quasi sempre autori difficili e poco rappresentati. Anche la Fedra di Euripide è opera poco frequentata.

Io non mi preoccupo molto, nel senso che quando il copione ha una sua forza mi affido ad esso. Qui è indubbia la capacità di Sanguineti di aver ricreato un testo. Cioè non è Ippolito portatore di corona di Euripide e basta. Questa è Fedra (Ippolito portatore di corona) di Euripide vista da un poeta e quindi mi sono affidato alle sue parole.

L’etichetta di allievo di Ronconi, importante biglietto da visita, se la porta dietro ormai da tanti anni…

Si, ne sono consapevole, anche se l’etichetta te l’affibbiano gli altri: i giornalisti e i critici. Sono arrivato a Ronconi che avevo già fatto tre regie. La verità è che, lavorando tanto con lui, ho rubato al grande maestro, come è giusto fare quando stai al fianco di personaggi di tal calibro. E’ chiaro che a Siracusa mi confronterò con Ronconi sullo stesso piano, ma non solo con lui. Con tutti gli altri grandi che da questo teatro sono passati. Spero comunque di fare un mio percorso autonomo.