XLVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche

INDA in tournée Giugno - Agosto 2010

Intervista al regista

Daniele Salvo, regista di Aiace. Foto C. Aviello

Due battute con Daniele Salvo, regista di Aiace

di Damiano Chiaramonte

Dietro la barba incolta appare ombroso, distante e poco incline a mostrarsi. Poi comincia a sciogliersi e in lui scorgiamo, semmai, la leggera timidezza di chi riesce a dare il meglio di sé davanti e dietro il palcoscenico. Ma sono sensazioni dettate da pochi secondi di approccio. Giusto il tempo di inquadrare il suo interlocutore e Daniele Salvo libera tutti i suoi pensieri senza freni inibitori e sovrastrutture.

La sua messa in scena di Aiace punta sulla pari dignità dei mezzi espressivi: movimenti scenici, suono, musica e recitazione, nel tentativo di amplificare la complessità dei personaggi.

Ho sempre creduto che ogni spettacolo è il risultato di un insieme di codici che si sposano. Negli ultimi anni la nostra percezione è cambiata molto. Siamo abituati al cinema, alla televisione al primo piano acustico. Mentre nel teatro la musica è stata vista quasi sempre come elemento decorativo, quindi con bande sonore molto povere. Ho scelto Marco Podda proprio perché so che lavora con il suono in maniera molto particolare. Lui è un foniatra, un esperto di suono, direttore d’orchestra e cantante lirico, quindi fa un lavoro scientifico sugli effetti delle frequenze del suono sullo spettatore. Credo che nel teatro moderno ci sia la necessità di coinvolgere totalmente lo spettatore che deve sentirsi all’interno di un contesto unico con l’attore. Così vale per gli altri codici: credo molto anche nell’importanza delle luci e dei costumi per catturare emotivamente lo spettatore.

Da una parte l’uso delle tecnologie, dall’altra l’umanità dell’attore, e dunque del personaggio che interpreta, svelata al pubblico, in un rito arcaico.

Per Sofocle si può parlare di archeologia del futuro, nel senso che c’è un atteggiamento talmente arcaico in Aiace, ma anche in altri testi, da potersi ritenere moderno. Ho chiesto ad alcuni attori, in momenti precisi dello spettacolo, di mettersi un po’ da parte, cioè di far si che, attraverso la tecnica, non ci fosse lo stile recitativo in primo piano, puntando ad un coinvolgimento anche personale, con una compromissione persino emotiva. Attraverso un lavoro certosino sulla recitazione, abbiamo provato a sgomberare il campo dalla retorica, dallo stile aulico con cui generalmente vengono affrontati i testi classici, per rendere questi ultimi ancor più credibili. Oggi poi, con le moderne tecnologie, è possibile utilizzare il microfono come fosse un microscopio che riesce ad amplificare anche l’anima dell’attore.

La traduzione di Paduano?

Sono stato molto aiutato dalla traduzione perché Paduano ha fatto uno straordinario lavoro di comprensibilità dell’opera. Un lavoro filologico in assoluta aderenza al testo greco, ma rispettoso al tempo stesso del fruitore di oggi.

Leggendo il testo di Sofocle, non ha usato perifrasi per denunciare il decadimento della società italiana. Oggi, la viltà sembra avere la meglio sulla lealtà; la sottomissione alle regole di un gioco e il compromesso sono valori di riferimento.

Viviamo in un contesto in cui non esiste meritocrazia, dove i più furbi vengono premiati, dove la corruzione è parte integrante del tessuto connettivo della società e dove il valori come la lealtà, ma anche la fragilità di una persona vengono puniti. La politica è come uno schiacciasassi che ingoia e ingurgita tutto quanto.

Per restare nel campo culturale?

In realtà come la Francia o la Germania le prime pagine dei giornali sono occupate da notizie che riguardano i grandi eventi culturali, edificanti per l’animo umano, mentre in Italia il palcoscenico mediatico viene egemonizzato dal gossip televisivo e dalle piccole schermaglie politiche. Quindi sento forte il pericolo di un inesorabile decadimento della nostra società.

Come definirebbe il passaggio dall’Edipo di Giorgio Albertazzi, da lei diretto a Siracusa lo scorso anno, e l’Aiace di Maurizio Donandoni del 2010?

Due esperienze completamente diverse con attori opposti. Giorgio ha dalla sua una grande esperienza ed un immenso talento, mentre Maurizio è più istintivo, più emotivo, entra nell’atmosfera del testo. Sono felice perché abbiamo trovato un linguaggio comune sia con lui che con Elisabetta Pozzi, tanto da entrare anche emotivamente in contatto. E poi sono due testi diversi. Edipo a Colono era uno spettacolo sulla vecchiaia, sul decadimento fisico dell’uomo; Aiace è la metafora della lealtà, dell’onore, di valori perduti in un mondo che è ormai al tramonto.