XLVI Ciclo di Rappresentazioni Classiche

INDA in tournée Giugno - Agosto 2010

Regia

AIACE

Dalle note di regia

di Daniele Salvo

Al centro dell’Aiace sta una domanda: come l’uomo vede e comprende il mondo.È una questione complessa, una domanda che prevede molteplici risposte. Intanto: chi è Aiace? Un grande eroe rispettato ed amato da tutti che incorre nella hybris, offende irrimediabilmente gli dei, supera il limite concesso ad un uomo e si macchia di una colpa indelebile in stato di furiosa possessione divina. Aiace  è la tragedia dell’orgoglio e della vergogna: il grande eroe viene annientato, umiliato ed annichilito dalla divinità. Il regista occulto di questa penosa rappresentazione è la dea Atena, vero e proprio motore di tutta l’azione drammatica del testo. È una dea spietata, ambigua, fredda, che guarda gli uomini dall’alto e ride di loro, della loro superficialità, del loro orgoglio, del loro stupido senso dell’io, della loro presunta onnipotenza. L’uomo Aiace è solo un esperimento, l’identità è una grottesca invenzione degli dei. Nel mio allestimento del testo ho tentato di potenziare tutti i mezzi espressivi per toccare le corde della più profonda emotività di questi personaggi davvero complessi:recitazione, luci, costumi, musiche, scenografia, tutto concorre al raggiungimento di un unico obiettivo: il centro del petto di tutte le personae del dramma.

La musica è utilizzata qui in senso cinematografico, come colonna sonora, fondamentale supporto emotivo e vera e propria seconda drammaturgia, parallela al testo. Non si tratta di un “rinforzo” romantico per ottenere un effetto sullo spettatore, ma piuttosto di un preciso lavoro sulla percezione emotiva delle immagini del testo: si tenta di dar voce all’interiorità dei personaggi e alle diverse situazioni senza sconfinare nella retorica e nel melodramma. Come in tutta la tragedia greca, ci troviamo in assenza di psicologia: tutti i personaggi della tragedia sono emotività pura, fragilità, tensione, potenza e peso scenico. Non c’è in loro nulla di borghese.

Non ci sono mezzi termini; sono nudi di fronte agli spettatori. Ognuno di loro possiede una porzione di verità, ma l’unico vero detentore del quadro complessivo, alla fine, sarà lo spettatore. I compagni di Aiace sono soldati ormai esausti, marinai di un vascello fantasma, forse creati da Atena, sospesi in un limbo, bloccati per sempre sulle spiagge di Troia, senza possibilità di ritorno. Erano i migliori marinai, assegnati ad un eroe mitico. Oggi sono sfiniti, insonni, digiuni, trasformati in fanti di terra, confinati al fronte ormai da 9 anni, con un solo desiderio nel cuore : tornare a casa, dalle loro compagne, dai loro figli, alla loro vita di sempre.

Salamina è il luogo a loro caro, accarezzato nella mente, idealizzato, vagheggiato. Erano uomini forti, oggi sono esseri fragili,affogati nella nostalgia, esposti al freddo, alla notte, al ludibrio dei compagni. Esistere, per loro, significa tornare. Ma qui siamo a Troia, in terra maledetta: il tempo è infinito, l’orizzonte ristretto. Dopo il folle atto di Aiace hanno perduto tutto: il cibo, l’onore, la rispettabilità, la stima dei compagni, la possibilità di un futuro… la nave ormai è spezzata, anche il mare gli è nemico. Aiace morirà per mancanza di interlocutori. E per vergogna.

L’uomo che era un condottiero, non sarà più in grado di comunicare con i suoi compagni, si scaglierà contro Ulisse, si rivolgerà a Zeus, poi, come nel King Lear shakespeariano, alla Natura, al mare, ai boschi, ai fiumi, e poi ancora ad un bambino che non potrà capire le sue parole, suo figlio, l’unico a cui rivolgerà l’attenzione.  Infine farà appello ad Ermes, la guida dei morti, all’ombra dell’Ade che diventerà l’unica sua luce: sarà quella la sua ultima possibilità.
Aiace non può tornare in patria per via del padre Telamone, figura per lui mitica ed “ingombrante”, non può rivolgersi ai Greci suoi alleati per via della strage delle mandrie da lui compiuta, non può tornare l’uomo di prima per via dell’opera di Atena: non ha scampo. Deve necessariamente sopprimersi.

Il mondo nuovo di Ulisse, Agamennone e Menelao avanza. È  il mondo della strategia, del compromesso, dell’inganno politico; un mondo ricco di promesse e lusinghe, un mondo terribile che non fa per lui. Aiace non è in grado di confrontarsi con quella nuova realtà. Lui è l’esponente di un sistema di valori ormai al tramonto, di una civiltà in via di estinzione: il mondo dell’onore, della lealtà, della forza fisica, dell’abilità in battaglia, del valore e della dignità, valori in cui Aiace si è sempre riconosciuto. Questa realtà ormai è superata dal mondo mentale e spietato dei signori della guerra: Aiace non serve più. La polis democratica ha deciso: l’iniziativa dei pochi o del singolo verrà punita duramente, l’orgoglio personale e il culto dell’io non saranno più previsti. Saranno necessari il rispetto degli dei, la moderazione, il compromesso, il pubblico confronto.  Il luogo isolato, ai confini del mondo, che Aiace sceglierà per uccidersi, dopo la sua morte, verrà brutalmente calpestato ed invaso da uomini protervi, arroganti e calcolatori. Il suo corpo diverrà oggetto di una disputa politica indecente.  L’unica difesa resta il fratello Teucro che sino alla fine lo tutelerà e si prenderà cura del figlio. Il parallelo alla nostra realtà è immediato e dovuto.

Oggi viviamo tristi giorni. Il sentimento diviene merce di scambio, prodotto, la lealtà viene cancellata, la viltà, la sottomissione alle regole del gioco e il compromesso vengono innalzati a modus vivendi, nei nostri occhi manca la forza della poesia, della cultura, della sincerità. Le nostre giornate sono affollate di tribune politiche, compravendite elettorali, pornografie del sentimento, identità svendute, volgarità di ogni tipo. Mancano la nobiltà, la dignità, il coraggio. Anche l’arte è stata comprata. Più che mai il teatro, ridotto ad un mondo di cortigiani compiacenti (con pochissime eccezioni) interessati più al potere che alla poesia e alla storia dell’uomo. Il luogo del vero confronto, dell’energia e dell’arricchimento interiore, è stato tramutato in uno dei tanti luoghi dell’invidia, del cinismo, della vendetta, della meschinità, del livore, dell’attacco personale.

Certamente Aiace se ne sarebbe andato lontano, alla ricerca di un confine, una spiaggia ancora intatta, non calpestata da piede umano, dalla viltà e dalla volgarità, per cercare una luce ancora possibile, per ritrovare la serenità di uno sguardo puro, leale, franco. Per poter sperare ancora in un’altra possibilità, un’altra realtà, retta da regole nuove, da altri valori, ormai impossibili da attuare nel nostro piccolo mondo corrotto, confuso e ferito a morte.