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Regia

Il Regista Carmelo Rifici durante le prove di Fedra. Foto C. Aviello

FEDRA

Nota di Regia di Carmelo Rifici

La leggenda di Fedra, la moglie di Teseo innamorata disperatamente del proprio figliastro, è stata trattata due volte da Euripide. Nella prima tragedia, di cui ci rimangono solo pochi versi, Fedra dichiara spudoratamente il proprio amore ad Ippolito, nella seconda, quella che rappresenteremo, l’amore di Fedra si complica, si nasconde, diventa malattia. Una malattia furiosa e disperata, che riesce a intaccare sia la mente che il corpo di Fedra Questo è il vero nucleo tematico dell’ Ippolito portatore di corone: il travaglio di Fedra, la guerra intestina tra il desiderio e la castrazione, che si evidenzia in una disperazione psicosomatica.

La mia regia è ragionata nel tentare di assecondare e approfondire questo conflitto, che interiormente si annoda dolorosamente alle viscere della protagonista, ed esteriormente si scatena in una guerra senza pari tra le due dee: Afrodite (Ciprigna, è chiamata in questo testo dal maestro Sanguineti) ed Artemide. Un vero scontro tra religioni: quella più libertaria e femminea della dea aiutata da Eros (il Desiderio), contro una religione ascetica, dura, integerrima, verginale e alta proclamata dai seguaci di Artemide (la Castrazione)

Mai nella drammaturgia classica c’era stata una spaccatura così netta e violenta tra gli uomini e gli dei, come in questa tragedia. Qui gli dei sono sanguinari, spietati, bugiardi e concorrono unicamente a colpire gli umani e non a soccorrerli. Le loro azioni e i loro comportamenti sono regolati da un codice legislativo ferreo che non è di nessuna utilità all’uomo (infatti vengono chiamati demoni dal nostro poeta traduttore). Gli dei in questo testo  usano l’uomo per raggiungere uno scopo: fortificare il proprio dominio sulla città di Trezene.  E mentre i demoni mettono in piedi una vera e propria guerra per il potere, chiusi in una morsa della legge che disciplina i rapporti tra le divinità, i protagonisti seguono una via segnata e incentrata su tre passioni estreme, non mediabili e non gerarchizzabili. La febbre d’amore di Fedra e la consapevolezza dolorosa dell’impossibilità di quest’amore, il fanatismo di Ippolito, che è visto come un sacerdote: casto, puro, religioso, sdegnoso delle donne e della sessualità, amante degli sport che fortificano il corpo e l’anima; e l’ira distruttrice di Teseo. Se volessimo schematizzare, potremmo dire che esistono nel testo tre ordini di leggi che combattono tra loro: l’Eros, la Religione e l’Onore. Un triangolo che sembra assomigliare al triangolo medievale: Dio, Re, Popolo. E forse in questo senso va vissuta la scena evocativa di Jordi Garces che copre lo spazio del teatro greco di una materia che inevitabilmente ricorda il legno del teatro sacro medievale.

Tutti e tre i protagonisti esprimono in maniera ossessiva la propria condizione, attraverso un uso smisurato della parola, un’eccessività di linguaggio, atto a nascondere  i fatti, ad enfatizzare gli eventi, a dilatare le situazioni, ad analizzare i comportamenti ed esorcizzare i mali e le paure. C’è in tutta la tragedia, un eccesso di comunicazione: Fedra vuole tenere segreta la sua malattia che invece trapela dal suo corpo consumato dal male e dalle parole deliranti che le sfuggono dalle labbra; la nutrice, che sembra venirle in soccorso, a causa di una lingua irrefrenabile scatena i tragici eventi. A metà tragedia, la parte riservata alle donne si conclude con l’impiccagione di Fedra e il resto del dramma passa agli uomini, anche qui attraverso un groviglio di comunicazioni equivoche. In aiuto agli attori la traduzione di Edoardo Sanguineti, che nel tentativo di recuperare la parola tragica, senza tradirla, crea un mondo di parole, oserei dire “a uso onomatopeico”,  che assomigliano a pietre da scagliare contro l’altro, contro se stessi e contro il pubblico. Il mondo letterario proposto da Sanguineti è duro, roccioso, impervio, dal sapore antico, che ben si adatta a questa orribile guerra sanguinaria e fuori ragione imposta agli uomini dagli Dei; una guerra che termina con il Diktat funesto di Artemide: una resa dei conti per eliminare coloro che ostacolano il culto della dea,  un lungo periodo di lutto, castità e controllo della morale per tutta la popolazione. Alla fine della tragedia solo le azioni degli Dei si ricompongono come a ricreare un mosaico perfetto, le vite degli uomini, al contrario, vengono dolorosamente annientate. Quando però Artemide assicura ad Ippolito morente l’onore che si riserva solo agli eroi, si evince un messaggio chiaro. Viene omaggiata la nobiltà dell’uomo, nel concetto alto e perduto che ne davano i Greci: il senso dell’onore, il controllo delle passioni, il coraggio, ma anche la capacità del perdono e del pentimento e la sopportazione del dolore.