Mariano Rigillo, Peleo in Andromaca. Foto M.L. Aureli

Le tante vite del gatto Mariano

di Annamaria Piccione

Ha lavorato con i registi più celebri impersonando i ruoli più diversi, talora contrastanti. Personaggi spesso scomodi, rinomati e ignoti, comici e drammatici, complessi e ingenui. Da oltre cinquant’anni calca le scene, spaziando dal teatro classico al contemporaneo, con la naturalezza di chi conosce bene il proprio mestiere e lo ama, lo rispetta, ne fa un mezzo per sperimentare nuovi linguaggi e, perché no, per conoscersi meglio. Per scoprire aspetti ignoti del proprio sentire, lati insospettati dell’animo, presenti a volte in maniera inconsapevole.
Mariano Rigillo rassomiglia a un gatto che ha trascorso molte vite e si prepara, ogni volta, a viverne di nuove. Il passo è felpato, la figura aristocratica, il sorriso armonioso. Lo sguardo sa diventare sornione, indulgente, carezzevole o cauto, a seconda del tempo che riserva la giornata, burrascosa o serena.
Incontrarlo è un’emozione che lascia il segno. In lui rivivono gli innumerevoli personaggi che hanno scandito l’esistenza di tanti italiani che amano la scena, nelle sue infinite sfaccettature. Nitidi scorrono davanti agli occhi i grandi sceneggiati, da
La trilogia della villeggiatura a Dov’è Anna?, da Storie della camorra a Il mulino del Po. Impossibile non rivedere Nino Bixio, Masaniello, Agamennone o Galileo, l’omosessuale tormentato del film Regina o il protagonista di Saturnino Farandola, indimenticabile serial della tv dei ragazzi.

Come è possibile raccordare tanti ruoli diversi? Quale filo rosso li unisce senza contraddizioni?

Io penso che essere attore significhi proprio cambiare continuamente, trasformarsi in costante flessibilità. Interpretare ruoli differenti è il vero piacere di questo lavoro dove la metamorfosi è ricorrente, a volte assoluta. A guardar bene, tuttavia, più che un reale cambiare è una ricerca instancabile e ripetuta all’interno di sé. Sono del parere che, forse, ciascuno di noi racchiuda nell’animo molteplici modi di essere e che l’attore debba solo sforzarsi di cercarli ed elevarli a una certa potenza, a un’ennesima potenza. Il suo compito è trovare al proprio interno il buono o il cattivo, il giusto e il prepotente, per riverberarli nei propri personaggi. Io ho iniziato questo lavoro giovanissimo, a 13 anni, e con la maturità mi capita di domandarmi se quella scelta così precoce non sia stata condizionata, in maniera inconsapevole, dal mio timore di diventare adulto e di affrontare il mondo. Il lavoro di attore mi ha consentito di crescere anche attraverso i miei personaggi: che non erano me, ma che erano dentro di me.

Una poliedricità esistenziale prima che scenica. Una visione pirandelliana della vita che si proietta sul palco. Quanto ha influito in questa concezione multiforme dell’animo umano l’essere nato a Napoli, il più grande teatro a cielo aperto dell’intero pianeta?

Il mio rapporto con la mia origine napoletana non è stato immediato, né impulsivo. Anzi, in me è accaduta una crescita molto particolare. Quando all’inizio della mia carriera ebbi la fortuna di frequentare l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, avevo un’idea romantica dell’attore e in particolare dell’attore classico. Per questa ragione il mio sforzo principale di quel periodo fu di accantonare la mia napoletanità, soprattutto da un punto di vista fonetico. Non recitavo in napoletano, non sceglievo autori napoletani. Tuttavia non basta raffinare un accento per cancellare la propria identità e nel ’67 Giuseppe Patroni Griffi mi propose di riprendere due testi di Raffaele Viviani. Quella fu la chiave di volta nel mio modo di essere attore, perché dovetti recuperare una parte di me – quella partenopea – che avevo consapevolmente abbandonato. E non con un autore qualsiasi, ma con un artista inconsueto come Viviani, che racconta, senza alcuna retorica pietistica, umanità disperate che annaspano nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. Fu una sorta di marcia indietro per guardare avanti, un recupero di una specificità che da allora non mi ha più lasciato, in ogni mio ruolo.

Le numerose vite di Mariano Rigillo sono più volte passate per Siracusa e il suo teatro. Cosa la lega a questa città?

Siracusa ha assistito alla mia crescita anagrafica, oltre che artistica. Sono passato qui nelle mie diverse età, di uomo e di attore, dalla giovanile alla matura, passando per quella di mezzo. La prima volta fu nel ’64, appena uscito dall’Accademia. Facevo parte del coro e fu un impatto meraviglioso, grazie anche all’incontro col grande coreografo Jacques Lecoq. All’epoca le tragedie avevano cadenza biennale e io non vedevo l’ora di tornare per l’edizione successiva. Nel ’66 andò in scena l’Antigone e io ero il primo corifeo, ma in quell’occasione avvenne un episodio assai importante nella mia carriera. Annibale Ninchi stette male e fu chiesto a me se me la sentivo di sostituirlo nel ruolo di Tiresia, una parte importante e, soprattutto, da attore maturo. Nonostante la mia giovane età, spavaldamente accettai. E fu un successo, che ricordo ancora con emozione: lo stesso Annibale Ninchi venne a ringraziarmi. Da allora sono tornato altre volte a Siracusa e la trovo sempre più bella. Il suo lungomare, le piazze e il calore della sua gente. Che mi fa sentire parte di uno stesso ceppo.

In Mariano Rigillo si avverte un’intensa spiritualità. È possibile mantenersi puri in un mondo materiale come quello dello spettacolo?

La spiritualità è poesia e viceversa. Un attore che, come me, ama profondamente la poesia non può non sentire la spiritualità. È vero che il nostro è un ambiente difficile, perfino spietato, ma avere fiducia nella forza della parola, nella forza della poesia, è un irrinunciabile sostegno. La spiritualità non è però qualcosa di trascendente o incorporeo, ma è soprattutto comunicazione, relazione tra individui diversi. E uno dei luoghi dove questa forza dello spirito è palese, dichiarata, è proprio questo. Il teatro greco di Siracusa.

Una prova delle Nuvole. Mariano Rigillo interpreta Strepsiade. Foto F. Centaro

Appena finita Andromaca, ritorna in scena con Le Nuvole. Quali punti di contatto ci sono tra la società odierna e quella di Aristofane?

Tra le commedie di Aristofane, Le Nuvole è sicuramente una delle più attuali. Mette alla berlina i furbi, coloro attenti solo al proprio tornaconto. Tuttavia, come accade sempre quando c’è di mezzo Aristofane, è un’opera colta. Anche se il linguaggio di Aristofane a volte può apparire volgare, non lo è mai il pensiero o l’intenzione. Aristofane non è un comico grasso, ma istruito, di riflessione e intelletto. Profondamente rispettoso della buona tradizione e della legalità.

In Andromaca Mariano Rigillo è stato un magnifico Peleo, un ruolo che le sembrava cucito addosso. Al contrario, lo Strepsiade delle Nuvole è distante anni luce dal suo modo di essere. Come si fa a trovare, dentro di sé, un uomo gretto e ignorante?

Strepsiade è un contadino in difficoltà. E, come tanti uomini alle prese con una situazione critica, cerca con tutti i mezzi di trovare una soluzione, un espediente per difendersi e tirarsi fuori dai guai. È un problema che abbiamo affrontato tutti, almeno una volta nella vita. Io devo acutizzarlo e farlo diventare “teatrale”.

Tra i registi con cui ha lavorato, quali riconosce come maestri? E a un attore della sua esperienza non pesa, a volte, essere diretto?

Orazio Costa e Sergio Tofano, di stampo completamente diverso, sono stati indispensabili per la mia carriera: a loro riconosco, più che a ogni altro, il merito della mia formazione. Mi pesa essere diretto quando mi accorgo che chi mi dirige non è all’altezza. Non nel senso di fornire le linee di interpretazione di un testo, ma all’altezza di creare un rapporto con l’intero ambiente, a 360 gradi. Un regista deve saper fare ed essere molto cose. Con Alessandro Maggi, il regista delle Nuvole, si è creato un feeling straordinario. È la prima volta che lavoro con lui e l’ho stimato subito, per il suo modo di essere rispettoso del testo, civile nei rapporti, attento e affettuoso con noi attori. Inoltre ha rivelato una preparazione di carattere culturale e artistico notevole, grazie alla quale abbiamo stabilito un legame importante, forte. Che rimarrà nel tempo, ne sono sicuro.

C’è ancora entusiasmo in quello che fa?

Cerco di trovare sempre un modo per divertirmi nel mio lavoro e di non farlo diventare troppo mestiere. Per questa ragione, forse, ho fatto meno cinema e più teatro: il rapporto diretto col pubblico è un’emozione profonda. Un posto a parte lo merita però il doppiaggio, che è divertimento puro.

Doppierebbe un cartone animato?

Subito, solo che non me lo hanno mai chiesto. Magari adesso lo faranno!

Nuovi ruoli da scoprire dentro di sé, per poi regalarli agli altri col consueto garbo. Altre vite da percorrere, senza mai fermarsi, senza aver timore di intraprendere tragitti ignoti.Proprio come succede ai gatti. Un vero gatto non teme di spostarsi dal cornicione al salotto, dalla grondaia alla cantina. Viaggia libero, con la pacatezza di chi guarda al futuro con fiducia. A volte piove, altre è impossibile vedere cosa si nasconde al di là di un tetto. Ma salta ugualmente. Perché ogni gatto sa che, per ogni strada percorsa, ce n’è sempre una nuova da scoprire.