Nel segno del rosso e del nero Antonio Calenda offre al XLVIII ciclo di rappresentazioni classiche dell’Inda (al Teatro Greco di Siracusa sino alla fine di giugno, in alternanza con gli altri due titoli di quest’anno, il Prometeo di Eschilo con Massimo Popolizio e Gli Uccelli di Aristofane con la regia di Roberta Torre). la più misteriosa ed esaltante delle tragedie di Euripide: Le baccanti.

Rosso sangue, rosso che acceca e confonde. Nero di lutto e di pianto, di follia dismessa solo dopo la catastrofe. Per ammantare di questi colori il suo lavoro, il regista ha scelto per il mito delle tebane in foia bacchica sul Citerone, spinte da Dioniso, le atmosfere e i colori di un Sud mediterraneo contrastato e ardente. Le sue baccanti sono donne belle , forti, matriarche sinuose che giocano con enormi gonne scarlatte su un lato, di tenebra sull’altro. I capelli, attorcigliati in mille trecce, li agitano forsennatamente nell’aria di scena, come serpenti liberi, pronti a colpire. Le braccia, le cosce, i seni, li usano come armi da offesa sulle falde del monte dove il dio irato le ha condotte. Alcune, come riferisce il Messagero sbigottito, sdradicano con le mani alberi secolari;  altre, quelle  che hanno appena partorito, allattano cuccioli di lupo. E quando Penteo l’improvvido, il sacrilego che non riconosce Dioniso come un dio di serie A, si avventura sulle ripide balze in cerca della madre Agave, che guida le menadi, vien fatto a pezzi da lei e dalle compagne, incapaci di riconoscere e di capire.

Tutto questo, il furore suscitato nei cervelli e nei corpi delle donne di Tebe (è questo il cuore della tragedia), Calenda lo affida al movimento delle danzatrici della compagnia di Martha Graham, alle quali si unisce un gruppo di giovani attrici della scuola dell’Inda che recitano le parti del Coro. L’effetto è magico. In queste Baccanti è finalmente possibile vedere un unicum, tra recitazione, danza e canto, che deve assomigliare molto a ciò che gli antichi siracusani ebbero a vivere dagli stessi spalti. Dioniso, per contro (Maurizio Donadoni) è un dandy che mai incalza le situazioni, un ironico vagheggino di oggi, vestito da santone orientale, che solo al momento giusto tuona in tutta la potenza vendicatrice della divinità offesa. Il regista lo fa comparire su un enorme carro luttuoso, nero bordato d’oro come i pasos della Semana Santa nella Spagna meridionale o nel nostro mezzogiorno, una casa caracollante che si fa trono, nascondiglio e grotta dell’eros, del teatro e della rinascita rappresentati dal dio dell’ebbrezza.

La recitabile traduzione di Giorgio Ieranò ha trovato cristallina corrispondenza in Gaia Aprea ( la Corifea), Massimo Nicolini (Penteo), Jacopo Venturiero e Giacinto Palmarini (splendidi Messaggeri). Daniela Giovanetti è un’Agave prima folle, violenta, quindi incredula, infine stremata dalla consapevolezza di un dolore incolmabile: brava davvero. Francesco Benedetto è Tiresia; Daniele Griggio, Cadmo.

Calenda ha centrato il bersaglio. Le Baccanti di Siracusa sono, insieme, antichissime e contemporanee. Ci restituiscono la cifra della furia dionisiaca, il suo enigma, e ci danno nel contempo la ragione del perché tutto questo resista ai terremoti, agli tsunami, alla globalizzazione e alle cadute dei mercati. L’uomo nasce con Dioniso sulla spalla e ogni tanto si dimentica di riconoscerlo. Allora il dio della rigenerazione s’infiamma. Dalle sue mani scorre il nettare che squonquassa le menti, agita le membra, spinge al delirio dei sensi. Occorrono vittime. E l’insensatezza delle baccanti, che tutti siamo, gliele concede, per placarsi poi, stupidamente.

Rita Sala

Il Messaggero, giovedì 17 maggio 2012