C’è una continuità tematica che collega tra loro le ultime tre stagioni degli spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa. Dopo “Medea” ed “Edipo a Colono” del 2009, “Fedra” (Ippolito portatore di corona) e “Aiace” del 2010, il XLVII ciclo presenta in cartellone “Andromaca” di Euripide con la regia di Luca De Fusco e “Filottete” di Sofocle, diretto da Gianpiero Borgia: dunque, ancora una volta una vicenda al femminile, legata alla sfera dei sentimenti, nella tragedia euripidea, e il tema dell’emarginazione dell’eroe e della solitudine umana, nel dramma sofocleo. Due opere ardue, poco rappresentate, assenti dalla scena siracusana, l’una dal 1964, l’altra dal 1984.

Spesso gli studi filologici hanno imputato all’ “Andromaca” la frammentarietà della sua struttura, composta da tre episodi diversi, e priva di una figura che in scena percorra tutto il dramma. Il personaggio del titolo, infatti, scompare a metà tragedia: al conflitto tra Andromaca, vedova di Ettore divenuta schiava e concubina di Neottolemo a cui ha generato un figlio, ed Ermione, giovane sposa sterile di quest’ultimo, determinata a uccidere per gelosia la sua rivale e il piccolo bastardo, e al violento alterco tra Menelao e Peleo, segue l’incontro tra la stessa Ermione e Oreste che trama contro Neottolemo e infine la morte di quest’ultimo nell’agguato tesogli dal giovane Atride e l’apparizione finale, consolatoria, di Teti come deus ex machina. Luca De Fusco, nel suo allestimento (felice sintesi tra spettacolarità e raffinatezza, tra comunicazione divulgativa e analisi dei contenuti), ha individuato proprio nella dea (affidata alla recitazione e al canto della versatile Gaia Aprea) un possibile elemento unificatore, creando una sua costante presenza scenica come figura “a latere” del Coro (armoniosamente movimentato da Alessandra Panzavolta sulle musiche di Antonio di Pofi), da cui si stacca solo alla fine per assumere sembianze divine. È una dea “esistenzialista”, che ha sofferto, soprannaturale e umana al tempo stesso, venuta a consolare Peleo duramente colpito dai lutti che hanno annientato la sua stirpe. La scena che chiude lo spettacolo con l’abbraccio di Teti al vecchio re (un dolente e intenso Mariano Rigillo), un tempo suo sposo, imprime una svolta al finale euripideo annullandone la carica polemica in favore di una lettura intimistica.

Di fatto la stessa scenografia (opera di Maurizio Balò) con la pavimentazione a specchio dello spazio orchestrico evoca la natura marina della dea, il suo essere cangiante e metamorfica, creando un paesaggio d’acqua nel quale si stagliano i resti di una nera nave spezzata. La bianca effige che campeggia su uno dei due relitti segna il tempio della dea, presso il quale si è rifugiata supplice Andromaca (resa con penetrante, drammatica maturità da Laura Marinoni) alla deriva nel suo naufragio esistenziale di donna un tempo regina, oggi schiava.  Un segno pregnante, quello della nave, poiché riporta alla mente l’immagine dominante della guerra di Troia, della spedizione delle mille navi greche, che semina il suo effetto devastante anche ad anni di distanza dalla sua conclusione. Ed è anche metafora del naufragio di un’etica eroica, sostituita dalla logica del potere e della violenza, dell’arroganza del denaro e della sopraffazione, incarnati dalla capricciosa Ermione (Roberta Caronia) e dal vile e tronfio Menelao (Paolo Serra).

Una logica analoga a quella che sta alla base del “Filottete”, il guerriero piagato, abbandonato dai compagni sull’isola di Lemno durante il viaggio verso Troia ed ora oggetto di un crudele inganno da parte dei Greci che hanno bisogno di lui e del suo arco per conquistare la città nemica. È una cinica recita quella che mette in scena l’astuto Odisseo servendosi del giovane Neottolemo per circuire Filottete. Una recita che il regista esplicita connotando con ironia i movimenti del Coro (diretti da Vasiliy Lukianenko) e del percussionista, (unico musicista in scena) e celando con una maschera, sul modello della Commedia dell’Arte, il volto del falso mercante, pedina dell’inganno. Di fatto questa scelta crea una discrasia con l’interpretazione naturalistica dei personaggi principali, Odisseo e Neottolemo (rispettivamente gli incisivi Antonio Zanoletti e Massimo Nicolini), e col protagonista (incarnato con vigore da Sebastiano Lo Monaco). L’evidente frattura stilistica viene mitigata, tuttavia, dalla resa a cappella dei canti del Coro, nei quali sono incastonati frammenti in lingua originale, e dalla scenografia stilizzata costituita da un imponente blocco centrale, cupo e roccioso, sul quale striscia penosamente l’infelice Filottete.

Fedeli al dettato originale, secondo la ferrea e sacrosanta tradizione dell’INDA, le due traduzioni: franca e tagliente quella dell’Andromaca di Davide Susanetti, che non sfuma, non edulcora la violenza implicita nel testo, più classica quella del Filottete di Giovanni Cerri, filologo acuto nell’ esplorazione analitica del testo.

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