Speculari paiono le due tragedie, inizi e fine V secolo, che l’INDA ha scelto per le rappresentazioni, en plein air e in piena salute, al Teatro greco di Siracusa.

Il segno fortissimo di Rem Koolhaas, architetto olandese, accerchia pubblico e skené, duplica i gradini di pietra con una infinita scalinata in legno, che si spacca a metà per mostrare o inghiottire. I protagonisti, due dèi – Prometeo incatenato, di Eschilo; Dioniso, in Le Baccanti di Euripide – sono adorati da cori femminili, rispettivamente le docili Oceanine e il tiaso di donne folli, danzatrici della Martha Graham Company. Tecnica perfetta, tamburi e valzer nelle musiche  (di Mazzocchetti),  i corpi si disegnano come figure fittili. E sono sensuali, fangose ninfe marire o puri simboli erotici tra nudità, manti fuoco e nero.

Il nero domina Le Baccanti, regia di Calenda, a partire dal catafalco/quartier generale del Dioniso-Donadoni che si sdoppia in regista e attore di se stesso per dare demenza e morte a chi non salta con lui – zie e nonno, cugino Pènteo  (Massimo Nicolini) e madre Agave (Daniela Giovanetti), altra genitrice snaturata – e dubiti della sua rocambolesca nascita da Zeus. Un Bacco beffardo e statico, un satrapo: dalla notte dei tempi, nulla del resto fissa età, sembianze, doti del dio del sesso e del vino -“il più dolce e il più terribile” dice la fragrante traduzione di Ieranò.

Intriga invece il taglio che sia la regia di Longhi sia la cifra attorale di Popolizio danno a Prometeo,  ladro del fuoco: è la forza del pensiero quella che Zeus fa sbarrare in una teca da gigante insetto kafkiano, è invidia la sua contro un collega-dio-amato dagli uomini.

Così la vulgata nicciana (prima che il filologo-filosofo si firmasse Dioniso) vacilla: e primitivo sembra proprio il dio orientale di Euripide, che frega; ragionatore sofferente quello di Eschilo, in cui credere.

Sabato 26 maggio 2012