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Il Centro Studi INDA: Convegni e seminari

La lunga strada del mito: Edipo da Sofocle a Freud
di Giulio Guidorizzi

Un momento della conferenza tenuta dal Prof. Giulio Guidorizzi il 30.10.2006 presso la sede dell’INDA
Un momento della conferenza tenuta dal Prof. Giulio Guidorizzi il 30.10.2006 presso la sede dell’INDA

Quando il Principe di Salina termina di leggere le orazioni quotidiane e le vesti e le crinoline dei suoi famigliari sgombrano la sala del palazzo, finalmente gli dei olimpici dipinti sulla volta riprendono possesso dei loro spazi e dei loro silenzi. Sono dei che stanno in alto, discreti, rassicuranti perfettamente integrati nel sistema di vita civilizzatissimo del palazzo principesco e simboleggiano l’0rdine immutabile del potere, che resta inalterato attraverso i secoli: gli dei olimpici lo rappresentano negli affreschi, il principe di Salina nella realtà. Sono in realtà gli stessi dei che Tiepolo raffigura sui soffitti dei palazzi di tutta Europa, e di cui mirabilmente anche Roberto Calasso segue le dinamiche nel suo ultimo libro, Rosa Tiepolo.

Tomasi di Lampedusa però ci ha lasciato un’altra versione, certo più moderna e inquietante, della sua interpretazione del Mito Pagano: nella novella Lighea un giovane professore di greco incontra una sirena nel calore di un accecante giorno estivo, nella solitudine del mare siciliano: quest’essere arcano, che solo pochi eletti possono vedere, esce improvvisamente dal basso, dalle azzurre profondità marine, per offrire il frutto selvaggio, primitivo persino precivile, di una paganità legata all’esplosione delle energie primordiali di cui si alimenta il mito. L’alto degli dei aristocratici, il basso della divinità marina: si direbbe che Tomasi (la cui moglie, va ricordato, fu una delle prime cultrici italiane di psicanalisi) abbia in questo modo voluto ripercorrere le due facce del mito: il fastoso e in fondo rassicurante decoro narrativo, e il sotterraneo incontro con la dimensione più oscura e archetipica della paganità, la Sirena che esce dall’ombra e propone istintivamente le forze oscure e violente che stanno alla base della vita psichica, la sessualità e la morte, di cui il professor La Ciura, diventato con gli anni un famoso accademico, serberà il segreto in una zona segreta della sua memoria.

Questi due aspetti del mito trovano un riflesso nel percorso intellettuale di uno degli intellettuali più determinanti del Novecento europeo, Sigmund Freud. Per la storia del suo pensiero è fondamentale l’incontro con l’antico, in particolare con l’universo della tragedia, e in particolare con quella tragedia che già Aristotele riteneva l’esempio per eccellenza dell’uomo tragico, l’ Edipo Re di Sofocle.

Edipo e Sofocle furono per Freud dei compagni di strada: una lunga strada, che inizia nell’epoca in cui Freud stava completando la sua autoanalisi e già parlava (in una lettera a Fliess del 1897) del suo eroe; l’ombra di Edipo si allunga su tutta la vita del fondatore della psicanalisi, persino sulla sua biblioteca: nell’ex libris di Freud appare l’immagine di Edipo davanti alla Sfinge, con un’epigrafe tratta dall’Edipo Re di Sofocle.

Fondando la psicanalisi, Freud scelse l’Edipo del dramma greco come emblema del dramma che matura nella parte segreta della mente; la storia del re di Tebe si può considerare il mito di fondazione della psicanalisi.“Se il re Edipo – scriveva Freud – riesce a scuotere l’uomo moderno non meno dei Greci suoi contemporanei, la spiegazione può trovarsi soltanto nel fatto che deve esistere nel nostro intimo una voce pronta a riconoscere la forza coattiva del destino di Edipo … Il suo destino ci commuove soltanto perché sarebbe potuto diventare anche il nostro, perché prima della nostra nascita l’oracolo ha decretato la medesima maledizione per noi e per lui”. Anche se la teoria del “complesso di Edipo” viene precisata successivamente nel pensiero di Freud (non prima del 1910), il dialogo tra lui e il “suo” Edipo inizia prima e va a costituire un nucleo di riflessione decisivo per il nascente pensiero psicanalitico. Edipo, i sogni d’incesto e il segreto impulso verso l’amore materno hanno già uno spazio rilevante nell’ Interpretazione dei sogni, pubblicata nel 1900.

Certo, leggendo Sofocle in prospettiva freudiana, i grandi temi della tragedia greca sembrano prendere un altro corso: la colpa diviene necessità, il Fato si trasforma nell’Inconscio. L’intreccio di eventi che spingono l’eroe di Sofocle su oscure vie guidate dalla volontà di un dio, sino al fatale incrocio in cui affronta il padre e lo uccide, s’interiorizza e diviene “l’evento” per eccellenza, quello che fonda la vita psichica, nella pulsione ad eliminare la presenza paterna che fa da barriera al pieno possesso dell’amore materno.

In definitiva, al tema del destino, che spinge l’Edipo della tragedia a interrogarsi sino a dissolversi davanti a una porta che per lui non potrà mai aprirsi, si sostituisce il discorso dell’identità che vede Edipo in lotta contro una parte di sé stesso – una parte che gli è ignota ma che pure lo attira oscuramente. In questo “nuovo” Edipo che accompagna il Novecento, e che Freud inaugura, si realizza un modello di uomo vicino alla mentalità contemporanea, perché in lui si manifesta la parte più oscura della personalità, un intreccio di forze davanti alle quali la volontà appare disarmata. L’Edipo di Freud è molto più vicino all’Uomo senza qualità di Musil che all’eroe di Sofocle.

La vicenda dell’eroe che uccide il padre per giacere con la madre si trasforma in un modello applicabile a ogni situazione psichica, come quella del piccolo Hans la cui analisi forma una pagina essenziale per la nascente scienza dell’anima. “Hans – scriveva Freud – è veramente un piccolo Edipo che vorrebbe togliere di mezzo il padre ed essere solo con la bella madre e dormire con lei”. Il paragone tra l’ eroe del luminoso mondo greco e il nevrotico bambino della borghesia viennese può sembrare scandaloso; ma è pur vero che il percorso di degradazione del mito a nevrosi potrebbe invertirsi nella constatazione che il linguaggio dell’inconscio obbedisce alle leggi del mito: e allora quando Freud fa di Edipo un piccolo Hans in realtà non svilisce il mito trasformandolo in nevrosi, ma al contrario trasferisce la pulsione nevrotica sul piano alto e universale della mitologia.

Per Freud, Edipo era l’eroe di Sofocle, e in generale per noi Edipo è Sofocle sommato a Freud, così che sembra impossibile parlare dell’uno senza vedervi riflessa l’immagine dell’altro. In realtà, Freud ha compiuto una vera e propria operazione di mitopoiesi, cioè ha interpretato un mito nello stesso momento in cui creava un altro mito, proprio come a suo tempo aveva fatto Sofocle quando portò sulla scena il suo Edipo tragico. L’Edipo di Sofocle era a sua volta nello stesso tempo un punto di arrivo e un punto di partenza. Esisteva infatti un Edipo in Omero, come ne esiste uno successivo a Sofocle. A volte, questo Edipo non si chiama Edipo, ma assume altri nomi: per esempio Giuda Iscariota. Secondo il racconto medievale che si legge nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze, Giuda era stato esposto alla nascita e aveva involontariamente ucciso il padre e sposato la madre. In verità, è abbastanza impressionante vedere come il folklore avesse raccontato in mille modi la storia di Edipo censurandone il nome: uno di essi è il Gregorio Magno di cui parla Thomas Mann in uno dei suoi ultimi racconti, l’ Eletto.

L’Edipo di Freud è fatto di alcune intuizioni e di alcune omissioni. Vorrei qui toccare i due punti - incesto e parricidio - in cui l’Edipo di Sofocle si discosta completamente da quello di Freud. Forse il punto centrale è Laio, il padre di Edipo. Per Freud Laio sta sullo sfondo, oggetto di una rivalità mossa dal desiderio del figlio di scalzare il padre nell’affetto materno. Nel mito greco non è così. Freud vede in Edipo essenzialmente il figlio, ma Sofocle al contrario, soprattutto nell’Edipo a Colono vi pone accanto il padre; Freud aveva in mente solo la prima tragedia sofoclea, ma quando alla fine della sua vita un Sofocle novantenne, che vede aprirsi davanti a sé l’ombra del tuffo nella morte, riportando sulla scena Edipo, ne fa un uomo diverso. Nell’ Edipo Re questo uomo, in preda al trauma della scoperta del suo segreto, si era strappato gli occhi; nell’ Edipo a Colono, si assolve: “quello che ho fatto (dice) l’ho fatto senza saperlo, mentre quello che ho subito l’ho subito da chi sapeva bene che cosa stava facendo”. Nell’ Edipo a Colono anche Edipo è un padre, e anche un padre terribile e sinistro come era stato prima di lui Laio: un padre che maledice i figli e li condanna a morte, mentre si congeda con amore dalle figlie, che pure sono parte di una razza contaminata come i fratelli.

Edipo è ormai diventato Laio. In verità, sin dalle origini il punto di partenza di Edipo si trova in suo padre che ne costituisce una sorta di “doppio”. Laio è simile a Edipo perché rappresenta il suo lato oscuro, quello che in Edipo emergerà solo durante la seconda parte della vita quando il buon re di Tebe scoprirà di portare dentro di sé la cattiva ombra del padre che lo perseguita.

A unire il padre e il figlio è un legame che li attira l’uno sulla strada dell’altro, come i due capi di un elastico, quando li si tende, si separano proprio per acquistare l’energia che li farà violentemente rimbalzare l’uno contro l’altro. Laio è però un Edipo opaco, senza la luce che illumina a tratti il figlio: è un essere proiettato verso la dimensione del crimine e dell’abiezione. Laio (raccontava il mito) aveva stuprato Crisippo il figlio del suo ospite Pelope ed era stato il primo a praticare l’omosessualità: per la vergogna poi Crisippo si era suicidato. Successivamente Laio aveva fatto violenza alla propria moglie, e aveva tentato di uccidere il proprio figliolo.

Laio entra nella vicenda di Edipo come modello culturale di una paternità violenta e patologica, nella quale i padri bloccano la strada ai figli e in tal modo vengono meno alla loro funzione. L’origine del complesso di Edipo sta in quel «complesso di Laio» per cui un padre odia il figlio e fa di tutto per umiliarlo, annientarlo, allontanarlo da sé, come per prolungare oltre ogni limite il periodo della sua virilità piena e del possesso totale della donna che dopo il parto dovrà dividere le sue attenzioni tra padre e figlio.

Uomini così compiono l’errore di credersi eterni e di impedire che altri si affianchino a loro. Anche Laio rientra dunque in questo modello per cui un uomo della generazione anziana, geloso del potere, tenta di bloccare il tempo ostacolando il ritmo naturale delle generazioni che si devono susseguire come le foglie sugli alberi. Creatura cupa e sotterranea, Laio appare nella vicenda di Edipo come un’ombra vindice e minacciosa, una figura che lo perseguita allungando le sue mani dal mondo dell’oltretomba sul figlio sino a portarlo all’autodistruzione.

Agli occhi moderni, e anche di Freud, Edipo è essenzialmente il protagonista della tragedia di Sofocle. Esiste però un altro Edipo, di cui parlavano racconti più antichi. In Omero, Edipo non si accecava e non andava in esilio, ma continuava a regnare a Tebe insieme alla sua famiglia incestuosa. Le versioni più antiche del mito non dicono nulla del suo dramma interiore, dell’orrore della scoperta e dell’abisso in cui egli precipita sulla scena tragica. Non è una cosa che deve sorprendere: prima dell’invenzione del teatro il mito si esprime attraverso il racconto e vive tutto fuori dall’individuo, sta nell’intreccio delle azioni narrate da un rapsodo a un uditorio avido di sentire. La disperazione dei personaggi e la loro miseria furono una conquista della tragedia.

La svolta fondamentale del mito edipico fu trattazione tragica che per noi è rappresentata soprattutto da tre tragedie: Edipo Re di Sofocle, Edipo a Colono dello stesso autore, e Fenicie di Euripide.

Supponiamo però che per un capriccio del caso l’ Edipo Re di Sofocle fosse andato perduto e che invece si fosse salvato l’ Edipo di Euripide del quale restano solo pochi frammenti. La letteratura occidentale avrebbe in questo caso un Edipo completamente diverso, probabilmente meno adatto a fare da modello alle riflessioni di Aristotele sulla tragedia e di Freud sulla psiche. Anche nell’Edipo euripideo l’eroe veniva privato della vista, ma a farlo non erano le sue mani disperate: in un passo di questo dramma si raccontava che quando si scoprì che Edipo era l’assassino di Laio i fedeli servitori del vecchio re gli tesero un agguato, lo immobilizzarono e gli strapparono gli occhi; qualcuno di loro infatti raccontava. Un Edipo cieco, dunque, ma contro la sua volontà; un Edipo non roso dai rimorsi ma vittima dell’odio altrui e che precipita nella cecità ancora prima che le sue colpe emergano sotto gli occhi di tutti. Giocasta, dal canto suo, era spettatrice inorridita della vicenda ma non si uccideva (come peraltro accade nelle Fenicie di Euripide in cui il suicidio della regina avviene sopra il corpo dei due figli che si sono reciprocamente tolti la vita in duello sotto le mura di Tebe).

Quello di Euripide era un Edipo a cui mancava quindi l’oscuro tormento e l’ansia di ricerca che fanno grande l’eroe sofocleo. Questo Edipo di Euripide è diverso; mescolando le carte, come spesso si diverte a fare, l’ultimo dei tre tragici gioca sull’intreccio, sulla violenza assurda delle passioni, sul meccanismo di odio e rivalità che circola tra i membri del clan, tutti presenti sulla scena a odiarsi e a farsi del male. Ma quello di Euripide, si sa, è un mondo senza cielo dove tutto si gioca tra gli umani; del resto, lo possiamo ben capire: non è lui – almeno, secondo Nietzsche - l’uccisore della tragedia?

La versione canonica del parricidio è quella che ci arriva da Sofocle: il delitto avvenne all’incrocio di tre strade, dove padre e figlio si incontrarono per caso e senza conoscersi, l’uno sul carro, l’altro a piedi.

In Sofocle è lo stesso Edipo a rievocare il fatale incontro:

quando nel mio cammino mi trovai presso quella triplice via, ecco che mi si fecero incontro un araldo e un uomo sopra un carro tirato da cavalli, come tu raccontavi. Il conduttore del carro e anche il vecchio cercarono di cacciarmi via dalla strada, a forza. E io, in preda all’ira, colpisco il conducente; veduto ciò il vecchio, aspettando il momento in cui passavo di fianco al carro, mi percosse in mezzo al capo con la sferza a due punte. Ma la pagò cara. Subito, colpito dal bastone brandito da questa mia mano rotolò a terra, a capofitto, e poi uccisi anche gli altri” ( Edipo Re, 800-813).

Un incidente banale, una rissa per la viabilità finita tragicamente. C’è un elemento però che in questo racconto salta all’occhio: tra Laio ed Edipo non viene scambiata neppure una parola. Una corrente istintiva di odio si sprigiona tra i due come se l’aria attorno a loro fosse avvelenata. Del resto, ce lo potevamo aspettare. Padre e figlio, in tutta la loro esistenza, s’incontrano due volte e per due volte tra loro non c’é che male; in entrambi i casi è Laio che aggredisce figlio: in occasione della sua nascita e in quella della propria morte, dove è la sua aggressività a dare inizio alla catena fatale degli eventi.

La furia che scatena i due viandanti l’uno contro l’altro stupisce, tanto pare assurda: i due uomini sono accecati dalla rabbia, ciascuno di loro agisce come in trance, senza rendersi conto del significato delle sue azioni.

L’atteggiamento «scansati dalla mia strada» con cui Laio cerca di mettere da parte il figlio nel momento in cui s’incontrano sulla via per Delfi riproduce l’impasto di paura e ferocia che lo aveva indotto, molti anni prima, a cacciare il figlio neonato dalla reggia. In un modo o nell’altro, Laio non vuole condividere il proprio spazio con il figlio, non accetta di coesistere con lui e di riconoscergli il diritto di camminare lungo la strada della vita che egli sta percorrendo e che prima di lui avevano percorso i suoi antenati. Il rapporto tra padre e figlio descritto dal mito di Edipo é l’opposto, si direbbe, della situazione conflittuale delineata dalla teoria psicanalitica: la direzione dell’odio e della rivalità non scorre dal figlio verso il padre, ma in direzione opposta, ed é proprio il desiderio di eliminare il più giovane a condurre l’anziano alla rovina.

A ben vedere però questo scontro ha una sua inevitabilità, quanto meno dal punto di vista simbolico. Figlio e padre vengono da direzioni opposte non solo dal punto di vista spaziale ma anche da quello metaforico; il loro rapporto è infatti l’opposto di quello che dovrebbe essere all’interno del gruppo famigliare: ciò che dovrebbe essere un movimento continuo nella stessa direzione, per cui un padre accompagna il figlio lungo un percorso nel tempo e si congeda da lui per lasciarlo poi a percorrere il resto, diviene in questo caso un movimento convergente, che produce fatalmente il cozzo tra le due persone.

Due uomini percorrono la stessa via venendo da direzioni opposte e vogliono passare per un punto in cui c’é spazio per uno solo. Certo, uno di loro potrebbe semplicemente scansarsi, ma non lo fa. Questo motivo risponde pure a una precisa logica simbolica: Laio ed Edipo vogliono passare nello stesso punto e nello stesso momento sia in senso proprio che in senso figurato, dato che rifiutano la legge naturale secondo la quale le generazioni si succedono in modo ordinato tra loro, prima la vecchia e poi la nuova. Nel loro caso questa norma appare stravolta: come essi cercano di passare insieme in un punto per il quale uno solo può passare, così tutti e due possiederanno la stessa donna, sovvertendo ciò che sarebbe naturale.

E’ Laio dunque ad assalire Edipo. Egli vuole passare per primo e si sente in diritto di farlo per molti motivi: perché è un re davanti a un viandante, perché è un uomo della vecchia generazione davanti a un efebo, perché procede a cavallo con un codazzo di servi mentre l’altro è solo, a piedi e armato di un solo bastone; infine – anche se i due non se ne rendono conto – perché egli è il padre e l’altro il figlio. Laio vuole imporre il suo ordine, Edipo si ribella a quest’ordine. Nel racconto di Sofocle però il colpo di Laio a Edipo non è soltanto un’aggressione ma anche un sigillo che egli imprime sul figlio, rinnovando in questo un comportamento antico: al neonato aveva trapassato i piedi con un punteruolo, all’adulto riga il capo con un colpo di frusta. Di frusta non di spada: con questo gesto brutale il padre non riconosce al figlio pari dignità, ma lo tratta alla stregua di uno schiavo.

Il colpo con cui Laio riga il volto di suo figlio suggerisce un altro contenuto simbolico: è il segno tangibile della maledizione che il re non avrà neppure il tempo di pronunciare, ma che sarà non di meno operante. Colpendolo, infatti, Laio trasferisce su Edipo la carica di negatività che era stata la sua, come se quella frusta fosse un oggetto magico capace di trasmettere l’energia di chi la impugna; da questo momento, in effetti, Edipo comincia a diventare simile al padre, non solo perché si avvia ad ereditarne il ruolo di re e di sposo della stessa donna, ma anche perché comincia ad assomigliargli interiormente. Sino ad allora Edipo era stato un giovane principe senza macchia, ma dall’istante in cui Laio lo colpisce la violenza compressa di Edipo esplode irrefrenabile e lo porta all’omicidio: e da questo momento il sangue versato – il primo e l’ultimo della sua vita – si ritorcerà su di lui facendone un contaminato.

Però Edipo incontra, nella sua storia anche altri “padri” – se con queste parole vogliamo intendere figure di ruolo paterno, o forse sarebbe più esatto dire che il modello paterno che Edipo senza saperlo abbatte in quel crocicchio ricompare, nella sua storia, in altre forme.

Il padre assente diventa un padre incombente, implacabile. Se il padre è colui che ammonisce e castiga, allora accanto a Laio troveremo nella tragedia di Sofocle almeno altri due “padri”, due esseri senza dolcezza che riempiono un vuoto di autorità e proseguono l’opera lasciata incompiuta da Laio, ossia quella di fare di Edipo un colpevole senza scampo. Uno è una sorta di padre divino, l’Apollo dell’oracolo che lo incanala verso il suo destino, che lo punisce con la cecità (è il suo nome che Edipo invoca per prima cosa, dopo essersi autopunito); l’altro è il Tiresia dell’ Edipo Re che affronta Edipo e funge da ammonitore, duro nel rifiutare, nel punire, nello smantellare la personalità del colpevole.

L’incesto tra Edipo e Giocasta, naturalmente, ha assunto il ruolo chiave di tutto il mito dopo essere passato attraverso l’interpretazione freudiana del personaggio.

Ma se ci si volge a Sofocle, la natura dei rapporti tra Edipo e Giocasta appare in luce diversa. In lui Giocasta non è un’ amante, ma una mediatrice del potere. Sarebbe fuorviante vedere nel rapporto tra Edipo e Giocasta la realizzazione di una morbosa sessualità – quella che per esempio Pier Paolo Pasolini presta ai due personaggi nella versione cinematografica dell’ Edipo re. Nulla è più distante dal tipo di rapporto che emerge dal mito e in particolare da Sofocle: se l’incesto tra i due è il segno di una potenza oscura e morbosa della sessualità, questo certo non può essere dedotto dal testo sofocleo, dove anzi i rapporti tra Edipo e Giocasta seguono sempre la linea di un freddo e distaccato rispetto.

Mai Edipo desidera Giocasta o Giocasta Edipo. I due si congiungono per volontà sociale e il senso del loro matrimonio non é l’eros ma appunto la regalità. In una sola testimonianza antica, molto marginale, troviamo uno squarcio che rompe la freddezza sessuale della coppia regale di Tebe; un commentatore delle Fenicie di Euripide racconta che Edipo e Giocasta si conobbero in occasione dei funerali di Laio e che fu lì, davanti al corpo freddo del vecchio re, che la sua sposa e il figlio si congiunsero anche prima del matrimonio, travolti da un’improvvisa passione. Peccato che Freud non conoscesse (a quanto mi risulta) questo passo: penso che l’avrebbe utilizzato per puntellare la sua tesi.

L’Edipo greco ha dunque poco di edipico, dal punto di vista del rapporto emotivo con la figura materna: Giocasta è solo il premio di una gara nuziale, non l’amante desiderata e concupita in segreto; Edipo non ama Giocasta se non nel modo in cui un cittadino della polis greca può amare una donna che si è presa in sposa: una donna che si prende allo scopo di “arare figli legittimi” e che completa la sua qualità di uomo adulto, di re, di cittadino. Freud (nell’Interpretazione dei sogni) cita i versi in cui Giocasta dice a Edipo “Molti sognarono di unirsi alle loro madri”, segnale di un desiderio inconscio di incesto espresso dal linguaggio onirico. Ma anche questo sogno andrebbe visto in una prospettiva culturale: in una cultura agraria come quella greca, le “nozze con la madre” sono simbolicamente legate, anche nei rituali, alla nozione magica della madre Terra fecondatrice, e non hanno un valore legato alla psicologia personale (ne esistono molti esempi nella letteratura antica, e nessuno collegato alla sfera sessuale); del resto, il significato manifesto del sogno d’incesto, se la teoria freudiana del sogno è fondata, non può corrispondere a quello latente.

Quando si colloca la storia di Edipo nell’ambito della famiglia di Tebe, occorre quindi considerare che non si tratta della famiglia con cui può confrontarsi un analista o un sociologo contemporaneo. La famiglia di Edipo è ben altro che un’incubatrice di affetti o di tensioni psicologiche. E’ un clan arcaico, con le sue leggi e le sue convenzioni, con i suoi meccanismi di difesa e di controllo. In quest’ottica, è difficile vedere nel matrimonio di Edipo qualcos’altro che non sia la conquista di una moglie, ottenuta pagando una dote in natura o superando una gara nuziale.

L’infelice matrimonio di Edipo risponde quindi a uno schema tradizionale nel mito che trasforma fantasticamente il motivo pregiuridico dell’acquisizione della sposa: spesso, quella che era una transazione economica si trasforma narrativamente nei termini di una gara o di una conquista. Il padre della sposa, il “datore di mogli”, è nel mito spesso un uomo pericoloso e sanguinario: impone prove, esige penitenze. Talvolta i rapporti tra il padre, possessore della sposa, e il futuro genero assumono toni cruenti: la rivalità tra la vecchia e la giovane generazione diventa una lotta mortale in cui il giovane rischia di soccombere. Talvolta questa situazione pone in luce distorsioni della sfera sessuale: un padre così è un pessimo datore di mogli, perché blocca il meccanismo esogamico che impone di cercare una sposa al di là del gruppo sociale in cui la ragazza è cresciuta.

La nostra epoca è una grande consumatrice di miti; non tanto perché li crea, ma perché se ne appropria e li riusa. Così è avvenuto anche per i due personaggi del mito greco su cui l’epoca moderna ha proiettato un aspetto della propria visione del mondo: un padre e una figlia, Edipo e Antigone. Per la cultura romantica Antigone era stata il simbolo del naturale impulso dell’essere umano verso l’affermazione della legge morale; soprattutto grazie a Freud, suo padre Edipo diviene per il Novecento – un secolo grondante sangue e violenza – il manifesto di una visione diversa, l’eroe dell’identità frustrata, un uomo in cui si agitano istinti ingovernabili, che rendono vana la volontà di essere come si è deciso di essere e come si è convinti di essere.

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